R#024 / SAPERE e SAGGEZZA / İLİM, İRFAN
Racconto di Engin Akyürek
Pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.24 / Gennaio-Febbraio 2019:
(Contenuto in Zamansız)
“Mentiva come se respirasse.”
Eroe indiscusso di un paragone su cui tutti a scuola erano
d’accordo, l’uomo delle contraddizioni, il difensore umanissimo degli sbagli,
uno specialista della vita sbandata, del tutto spoglio di qualsiasi briciolo di
cultura o saggezza, un'ironia vivente, vista la sua omonimia con il concetto di
saggezza stessa; dotato di un'intelligenza tale da poter fare della menzogna la
propria professione e della vita scolastica il regno della noia, un eterno
ripetente dell'ultimo anno di liceo...
La
differenza d'età tra me e İrfan (1) non era
direttamente proporzionale al fatto che io frequentassi il primo anno. Vantava una
carriera scolastica iniziata in ritardo alle elementari, con un doppio ciclo
alle medie e aveva continuato a inanellare bocciature anche al liceo. Era
possibile capire la sua età dal fatto che si radesse la barba ogni giorno, dai
suoi capelli che cominciavano a diradarsi lateralmente e dal rimbombo che
gravava sul suo tono di voce. Il nostro incontro era avvenuto nel punto di
ristoro della scuola. Aveva protestato contro il rapporto tra i prezzi del sosisli (2) e della cola, che rendeva
impossibile permetterseli entrambi; aveva fatto risuonare la sua voce per tutta
la scuola e aveva detto a voce alta ciò che io non ero mai riuscito ad
esprimere. Proprio quel giorno ci eravamo salutati diventando amici, o come
diceva lui, kanka. (3)
Era
come se avesse la canna di una stufa dentro la sua bocca. Quando gridava, le
parole che gli uscivano fuori creavano
nella sua voce una melodia leggermente intrisa di fuliggine, che dava forza
alle sue ragioni. Possedeva la sicurezza e la sfrontatezza di saper fare ciò
che nessun altro osava. Ma oramai s’era fatto un nome: bugiardo... Quando
cominciava a parlare, si arrabbiava tantissimo nel sentir dire “Ecco che
ricomincia con le bugie...”, picchiava le sue mani larghe e ruvide come palette
per la spazzatura contro i muri e i portoni della scuola, bestemmiava, gridava
“Siete tutti quanti bugiardi!", se ne fregava della lezione e compagnia
bella, accendeva una sigaretta nel cortile della scuola e si calmava. Gli insegnanti non dicevano nulla del fatto che
fumasse sigarette, pensavano che tra le sue cattive abitudini il fumo fosse la
più innocua. Sembrava un funzionario statale con trentacinque anni di servizio,
prossimo alla pensione.
Le sue
bravate in classe diventavano puntualmente il pettegolezzo del giorno durante
la ricreazione successiva. Che vi piaccia o no, un semplice pettegolezzo che ti
stuzzica la curiosità è la linfa vitalizzante di ogni programma di cronaca
rosa. "Hai sentito cosa ha detto
İrfan durante la lezione? Hai visto cosa ha combinato al professore..."
Queste frasi
le sentivate sussurrare lungo tutto il corridoio. Se avesse sentito i vostri
bisbigli, avreste potuto fare la fine dei giornalisti di gossip malmenati
davanti ai locali. E, non avendo nemmeno un diritto come quello alla libertà di
stampa, avreste vissuto una sorta di addestramento all’uso del vasino, trattenendo tutto dentro.
"Kanka vieni, oggi facciamo sega a scuola." (4)
Quando
trascorrevo del tempo con lui, mi sembrava di entrare in un grande luna park: al tempo stesso mi
divertivo, avevo paura e imparavo lezioni di vita reali e attuali che non si
trovano in nessun libro di testo. Era come se nel
significato della parola "kanka"
fosse racchiuso molto più di quanto promettano i caffè tre in uno. (5)
Quando
la mia amicizia con İrfan aveva iniziato a farsi più stretta, il vicepreside aveva
fatto chiamare mia madre a scuola. “Per carità, tenete vostro figlio lontano da quell’uomo diabolico
travestito da ragazzino!” le aveva detto, poi aveva convocato anche me nel suo ufficio e alzando il tono
di monito delle sue frasi, aveva sparato la stessa predica anche sulla mia
faccia. Appena tornato a casa, prima ancora
di varcare la soglia, mi era toccato riascoltare da mia madre l'esatta versione
doppiata del vicepreside:
“Cos’hai a che fare tu con tipi
con l’aria da teppisti?!”
Oltretutto la
sera mi sarebbe toccato sentire le stesse frasi anche da mio padre. Dimenticare
le cose imparate a memoria era una parte del nostro sistema educativo.
Dimenticando le cose dette al mattino, avevo dimostrato a İrfan di essere
pronto per nuove informazioni.
İrfan
parlava molto, ma le frasi che lasciava uscire all’esterno non facevano
concessioni alla sua aura di mistero. Non sareste potuti arrivare ad alcuna informazione
riguardante la sua famiglia. A seconda delle circostanze, cambiava il mestiere di suo padre. Ogni
volta, tra le sue lunghe frasi, inseriva una nuova professione. Sapevo che non mi avrebbe detto una bugia, se proprio avesse
dovuto dirla mi avrebbe regalato una bugia rimpicciolita, senza pretese di
durata. A volte, capivo dai suoi sguardi che non voleva toccassi argomenti
legati alla sua famiglia. Mi fissava come per dire "Kanka, lascia stare
queste cose", e se gli occhi non bastavano, cercava di farsi capire con il
suo silenzio. Nonostante tutte le sue
birichinate, né sua madre né suo padre si erano mai presentati a scuola.
I piccoli
diavoli razionali dentro di me dicevano "Segui İrfan, scopri dove abita,
il suo paese, la sua famiglia", ma il piccolo monello coscienzioso dentro
di me, opponendosi, zittiva le voci e prendeva a sassate i diavoli. Tra l'essere curiosi nei confronti di qualcuno che ti chiama
amico, che ti chiama kanka e il metterne a nudo l'intimità, corre un confine
morale. Chi abbia tracciato questo confine o quando sia stato disegnato non lo
so, e a dirla tutta non voglio neanche saperlo...
Non ho
scritto a caso la frase che era l’uomo delle contraddizioni; ogni tanto
scriveva qualcosa su un pezzo di carta che sembrava un quaderno, piegava e
arrotolava ciò che aveva scritto con le sue mani grandi come palette (della spazzatura /ndt), e lo
nascondeva nella tasca interna della sua giacca. Anche se eravamo molto curiosi
di sapere cosa scrivesse, sapevamo molto bene a cosa saremmo andati incontro se
avessimo tentato di leggere. Si guardava attorno
con circospezione, digeriva le sue frasi prolisse (6), rimpiccioliva il suo corpo massiccio,
e solo allora iniziava a scrivere. L'insegnante
di letteratura si era sforzato molto per scoprire cosa scrivesse, ma senza
alcun risultato. Tutta la scuola pensava che non ci fosse una profondità
letteraria in ciò che scriveva, ma inseguivamo
solo una curiosità.
Salvo
imprevisti, mancava esattamente un mese al diploma di İrfan, al suo
pensionamento. Il sole ingannevole del mese
di maggio aveva ammorbidito i nostri sguardi invernali incollati alle nostre
facce. Il cortile della scuola era immerso nella ricchezza e nell'allegria
del Mısır Çarşısı (il Bazar delle Spezie
di Istanbul /ndt), i volti sorridevano nella
generosità del sole di mezzogiorno. Il gelo secco di Ankara, insidioso e imprevedibile circa il momento in cui
sarebbe comparso, era in
attesa del tramonto del sole, come un lupo in agguato per la sua preda, sentiva
ciò che stava per accadere.
İrfan
giocava in attacco come il peggior marcatore del mondo, segnava tutti i gol combinando
le partite. I portieri che rifiutavano di subire gol li squalificava dalle
competizioni sportive nel suo bagno della scuola.
İrfan aveva
segnato il suo secondo gol facendo “un tunnel” (7). Tutta la scuola gridava:
"İrfan! İrfan!". Le ragazze del liceo con le loro gonne scozzesi si
erano allineate sul bordo del muro, spettegolando di calcio. Quando tre ragazzi dall’aspetto da
teppisti, che non conoscevamo, arrivati da un altro quartiere, avevano iniziato
a fare commenti sulle ragazze, Irfan si era reso conto della situazione ed era
intervenuto. Senza neanche aspettare il fischio
finale, aveva afferrato il pallone ed era andato a fare a pezzi quegli armadi.
"C'è qualche
problema?"
Colti di
sorpresa da una domanda che non si aspettavano, i tre energumeni non erano
riusciti a rispondere. Nel cortile della scuola c’era un piacevole silenzio che
accarezzava i nostri animi. Quel silenzio era il presagio della rissa, del linciaggio,
del pugno. L’intera scuola, sotto la guida di İrfan, avrebbe potuto trasformare
quei buzzurri in cheerleader. İrfan ripeté la sua domanda agli energumeni:
"C'è
qualche problema?"
Aveva
iniziato a picchiettare pian piano il pallone che aveva in mano sulla faccia di
quello che era il più grosso. L’ombra cupa sul volto dell’energumeno cominciava
a tingersi di rosso, e persino la bruttezza del suo viso acquisiva un po’ di
colore.
"Non ve
lo chiederò un’altra volta: c’è qualche problema?"
I ragazzi
della scuola, disposti a mezzaluna, avevano ridotto la distanza tra preda e
cacciatore. Si attendeva un piccolo gesto da parte di İrfan. Non c’era bisogno
che İrfan dicesse nulla: l’inclinazione delle sue folte sopracciglia che
coprivano metà della sua fronte, bastava a darci un ordine.
İrfan aveva
iniziato a sbattere il pallone più velocemente sulla faccia del bestione. Poteva
impugnare la palla da calcio che scompariva dentro le sue grandi mani proprio
come voleva, dimostrando che picchiava la gente con la palla da anni.
Il più
brutto e gracile degli armadi aveva iniziato a fare dei respiri profondi.
L’atteggiamento agitato del brutto bestione aveva attirato l'attenzione di
İrfan.
"Vuoi
rispondere tu?"
İrfan se la
cavava molto bene in queste cose, dimostrando di essere un talento naturale. Il
suo tempismo, la sua calma ricordavano il carisma di Don Corleone. L'armadio più gracile prese fiato,
fece un passo verso İrfan e tirò fuori una voce orribile quanto la sua faccia:
"Parliamone
fuori da scuola."
Con la sua
bocca bavosa stava indicando lui stesso il luogo della sua tomba. Noi ragazzi
della scuola ci eravamo avvicinati un po’ di più, presi dall'eccitazione di spartirci
la preda. İrfan aveva buttato la palla a terra e si era avvicinato al brutto bestione.
Senza battere ciglio, fissava la sua faccia piena di cicatrici da sfregio, imbrattata
di sporco e microbi. Gli altri bestioni avevano smesso di respirare, avevano
iniziato a svarionare per il monossido di carbonio accumulatosi dentro di loro.
(8) İrfan mettendo in chiaro che questa volta non
avrebbe fatto domande, aveva iniziato ad affilare il suo pugno. Nel cortile
della scuola non si sentiva volare una mosca, persino gli uccelli si univano a
quel silenzio, il secco freddo pungente ci osservava da dietro il sole.
İrfan aveva
fatto un altro passo e aveva estratto dal fodero il lato affilato del suo
pugno. Il brutto bestione, sopraffatto dalla paura, aveva piantato nella pancia
di İrfan il suo coltello che non avevamo capito dove avesse nascosto, ed era fuggito.
La folla dei ragazzi nel cortile della scuola, lanciata nella caccia, si era
dispersa nel panico; gli strilli acuti delle ragazze avevano favorito la fuga
degli altri bestioni. İrfan giaceva a terra tenendosi la pancia con le sue
mani. Vedendo il sangue che colava dal suo addome il cortile della scuola sarebbe sprofondato di nuovo nel silenzio...
" State zitti, c****, state zitti! Non urlatemi
nell’orecchio, c****! Non urlate! Voi... Non urlate, c****!"
In realtà
tacevano già tutti... Gli uccelli s'erano alzati in volo scappando via, il
freddo secco si era liberato dall'ombra del sole.
"State
zitti, oh, state zitti, ohhh!"
İrfan
gridava così forte per la sofferenza. Era chiaro che il rumore che gli giungeva
all’orecchio gli facesse più male della ferita stessa... Il suo grido pieno di
dolore dava voce, come in coro, al nostro silenzio. Non respiravamo nemmeno; il
sangue di İrfan, che sgorgava a fiotti, ci aveva annodato il fiato.
"State
zitti, oh! Non gridate... Andate a..."
La direzione
della scuola, riunitasi d'urgenza dopo questo fatto, aveva espulso İrfan
all'unanimità. Come se non fossero bastati i punti di sutura all’addome, İrfan
era stato privato anche dell’istruzione. Appena uscito dall’ospedale, era
andato nel cortile della scuola e aveva ricoperto di insulti tutti gli
insegnanti, il preside e il vicepreside, chiamandoli uno per uno per nome e
tirando in ballo perfino le loro madri. Avevo visto İrfan per l'ultima volta
nel cortile della scuola...
…
Ci sono luoghi e momenti che collegano tra loro tutte le storie. Non possiamo mai sapere quando entreremo nel tunnel del tempo.
Mi trovavo a
Şile, su una strada isolata di campagna... Ero entrato in un distributore di
benzina lasciato lì, provvisoriamente, in mezzo alla polvere e alla terra.
Avevo rivisto İrfan vent'anni dopo mentre lavorava dietro la cassa di una
stazione di benzina... I capelli gli erano caduti del tutto, ogni sua luce
s'era spenta. Quando gli avevo allungato la carta di credito, i nostri sguardi
si erano incrociati. Il rossore che si
era piantato nella sua pupilla aveva iniziato a crescere; anche lui mi aveva
riconosciuto... Mi aspettavo che fosse lui a salutarmi per primo. Non so
perché, ma avevo pensato che non avrebbe voluto incontrarmi in quel modo… Mentre digitavo il PIN della carta di
credito, avevo visto che mi fissava con i suoi occhi spenti e consumati. Sembrava che da un momento all’altro stesse per chiamarmi “kanka”.
Mi aveva restituito la carta di credito con le sue mani larghe come palette. Le
uniche cose che non erano cambiate erano quelle sue mani grandi e brutte... Salito sulla mia auto, mi ero allontanato per non
rimettere mai più piede su quella strada, in quel distributore di benzina.
Ero a tu per
tu con la mia vergogna che avevo dimenticato da molto tempo. Quegli appunti che
İrfan scriveva su piccoli foglietti nel cortile della scuola in realtà li avevo
letti di nascosto ad ogni occasione. Ricordare di nuovo questa vergogna che non
potevo confessare nemmeno a me stesso aveva capovolto il timone della mia gola. (9) Farfugliavo
dentro l'auto a stento le frasi che aveva scritto:
"Io
sono İrfan Yılmaz, un bambino orfano che non sa dove è nato. Non ho potuto conoscere
il luogo dove sono nato, mia madre, mio padre... C'è una sola cosa che so; so
dove morirò. In un luogo che nessuno conosce, da solo, morirò semplicemente
come İrfan..."
İrfan era
l'uomo più sincero che avessi mai conosciuto in vita mia...
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(1) İrfan: Il protagonista di questo
racconto si chiama İrfan che significa saggezza.
(2)
sosisli:
Abbreviazione di sosisli sandviç, è
semplicemente un panino con il würstel, del tutto analogo all'hot dog. In
Turchia è uno degli street food più popolari ed economici, diffuso soprattutto
tra gli studenti. E’ composto da un panino morbido, simile a quello classico da
hot dog, un würstel generalmente di manzo o di pollo/tacchino (in Turchia non
si usa la carne di maiale), bollito o scaldato in un brodo speziato e infine
salse e condimenti; viene tipicamente condito con ketchup, maionese e senape.
Molto spesso si aggiunge anche una salsa al pomodoro e concentrato speziato (salçalı sos) e, a scelta, cetriolini
sott'aceto (turşu) o insalata russa (amerikan salatası).
(3)
kanka: è un
termine colloquiale e giovanile turco estremamente comune che significa "amico del cuore", "migliore amico", "fratellone" o "amico intimo". Corrisponde
all'italiano "amico per la
pelle", "frà".
La parola nasce da una fusione linguistica: deriva da kan arkadaşı, che
significa letteralmente "amico di
sangue" (kan = sangue, arkadaş = amico). Nel
linguaggio giovanile si è poi abbreviata in kan-ka, diventando una
parola a sé stante popolarissima a partire dagli anni '90 e 2000.
(4) facciamo
sega: L'espressione turca okulu
asmak (letteralmente: appendere la scuola) corrisponde
proprio a tutti i vari modi di dire regionali e colloquiali italiani che
indicano l'atto di non andare a scuola a insaputa dei genitori o degli
insegnanti. A seconda della regione italiana in cui ci si trova, equivale
perfettamente a:
-
Marinare / Salare la scuola
(molto diffusi al Nord e in varie parti d'Italia)
-
Fare sega / Bucare la scuola
(Lazio / Italia centrale)
-
Fare lio / Leccare la scuola
(Piemonte / Liguria)
-
Fare brioche / Fare vela
(Veneto / Friuli)
-
Fare seccia / Bigiare
(Lombardia)
- Fare fughino / Chiodare (Toscana)
- Fare calia / Schiacciare / Salare (Sicilia / Sardegna / Sud Italia)
(5) caffè
tre in uno:
L’espressione Üçü bir arada kahve si
riferisce alle bustine di caffè solubile stantaneo (tipo Nescafé "3 in
1": caffè + zucchero + panna/latte). L'autore gioca sul fatto che la
parola kanka racchiuda tre sensazioni contemporaneamente, ovvero
divertimento, paura, lezioni di vita, proprio come un caffè 3-in-1.
(6) digeriva le
sue frasi prolisse: Significa
che İrfan, normalmente famoso per la sua parlantina inarrestabile, tratteneva il respiro, inghiottiva le parole
e faceva calare il silenzio su se stesso prima di concentrarsi sulla scrittura.
(7) facendo
un tunnel: bacak arasından è il cosiddetto tunnel calcistico; il termine ara significa lo spazio vuoto,
l'intervallo o la fessura tra due cose. Bacak
arası è letteralmente lo spazio tra
le gambe. Aggiungendo il suffisso ablativo -ndan, l'espressione descrive l'azione che passa attraverso quello
spazio. Nel contesto calcistico, bacak
arasından gol atmak è l'espressione esatta per indicare il gesto tecnico
del "fare un tunnel" a un avversario o al portiere.
(8) monossido
di carbonio: Anziché
dire semplicemente che trattenevano il fiato per la paura, il narratore scherza
dicendo che trattenendo il respiro stavano accumulando karbonmonoksit (anidride/monossido di carbonio) al punto da andare
in "svarione" (kafayı bulmak).
(9) capovolto
il timone della mia gola:
si tratta di una metafora che ha a che fare con la navigazione in mare. Alabora etmek è un termine marinaresco
entrato in turco dall'italiano all'albero
o alberata usatissimo nel linguaggio
navale per indicare il capovolgimento o la scuffia di una barca travolta da
un'onda o dal vento. Il narratore unisce la gola
(boğaz, che in turco indica sia
l'organo anatomico sia uno "stretto marino", come il Bosforo: İstanbul Boğazı) all'immagine del timone che si capovolge (alabora etmek). L'effetto risultante descrive la
sensazione fisica di un improvviso tracollo emotivo: la gola che si chiude, il
respiro che manca, la nausea e il violento stravolgimento interiore provato di
fronte al riaffiorare della verità.
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