R#023 / LO STESSO VOLTO / AYNİ YÜZ
Racconto
di Engin Akyürek
Pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.23 / Novembre-Dicembre 2018:
(Contenuto in Zamansız)
Non
importava dove mi trovassi… Il suo sguardo aveva sfiorato i miei occhi e si era
conficcato nel mio cuore come una freccia. Era uno sguardo che mi scorreva dentro
silenziosamente, che liberava formiche qua e là dentro di me, che spingeva il
mio stomaco accanto al cuore, e che al mio cuore donava una vitalità mai
provata prima.
Cercavo di
riscaldare l'aria che andava raffreddandosi stringendo la vita del bicchiere di
tè nella mia mano. In realtà non avevo bisogno né del tè né del vapore
dell’infuso posato sulle mie labbra. La freccia conficcata nel mio cuore ogni
volta che mi guardava dal tavolo di fronte, bastava a scaldarmi dentro. Stringeva
la tazza di caffè tra le mani, ignara della frenesia che aveva creato dentro di
me, ricaricando di continuo la canna dei suoi occhi per lanciare sguardi come
fossero proiettili.
Guardavo
anch’io. Nell'aria tendente al grigio ero sicuro che i miei sguardi raggiungessero
il bersaglio. I miei sguardi lanciati senza trattenermi da tre tavoli di
distanza le arrivavano come se glieli stessi appoggiando sul tavolo con le mie
stesse mani. Cosa provasse, se qualcosa stesse cambiando nella sua mappa
interiore, non riuscivo a capirlo. Lungo la linea di confine tra i suoi occhi e
il suo cuore, sarebbe riuscita ad accogliere nuovi rifugiati, offrendo loro una
dimora accogliente? Quando l’uomo si innamora può ritrovarsi al valico di
confine di un paese straniero, salire su un gommone gonfiabile e remare verso le
azzurrità di un paese che non conosce.
Stringevo
sempre più forte la vita sottile del mio bicchiere e, mentre lo stringevo, era
come se mi aggrappassi alla vita; e mentre mi aggrappavo alla vita, era come se
mi aggrappassi a lei. Si poteva racchiudere il mondo a forma di ellisse in un
tavolo, e da lì in un bicchiere di tè dalla vita sottile. L’importante è che le
formiche sparse dentro di noi sappiano bene dove punzecchiare e quando renderci
inquieti...
Dopo aver
appoggiato le sue ginocchia al tavolo, tenendo a una certa distanza il suo
caffè, aveva iniziato a guardarmi di nascosto. Forse vedeva il cambiamento di
stagione dentro di me e aveva intuito che la primavera in pieno inverno avrebbe
portato inquietudine. Il freddo gelido nascosto dietro una falsa primavera è il
killer dei fiori appena nati. Il momento che
vivevo alla distanza di tre tavoli somigliava alla gioia di un fiore che cercava
di sbocciare e, in sfregio ai mesi invernali, faceva piovere abbondanza sui
miei rami, sulle mie braccia.
Conversava con i suoi amici, infilando i suoi sguardi tra
una frase e l’altra, come fossero virgole. La
sua bocca era al suo tavolo, i suoi occhi erano accanto a me. Io, invece, non avevo
che i miei silenzi; la guardavo senza pause, in silenzio, senza mettere alcun
segno di interpunzione. In quel silenzio era come se fossi io a parlare più di
tutti.
Con il
passare del tempo, le virgole si disperdevano e il punto, simile al neo
all’angolo delle sue labbra, creava un punto interrogativo incastrato tra i
suoi occhi e il mento. Il punto interrogativo cresceva sempre più, rendendo
invisibili i volti dei suoi amici e il tavolo al quale era seduta.
Non capivo
affatto di cosa si parlasse al tavolo e di cosa si ridesse. Non ero curioso di
sapere chi fosse, il suo nome, i film che guardava, i libri che leggeva, se
avesse o meno un fidanzato, chi fosse l’uomo con la faccia da volpe e la barba
da capra (1) seduto più vicino a lei; desideravo che le cose
restassero così, almeno per il tempo di un bicchiere di tè. Avevo la sensazione
che, più avessi scoperto dettagli, più ciò che provavo si sarebbe dissolto, e
le formiche che dentro di me punzecchiavano qua e là, si sarebbero trasformate
in zecche.
Spingendo
più in là la tazza di caffè che aveva sfiorato con le sue dita sottili, aveva
raddrizzato la sua postura ingobbita con i suoi gomiti e aveva detto: “Posso
avere un tè?”. Il fatto che stessimo bevendo la stessa cosa era il segnale
immaginario che avremmo potuto fare le stesse cose e condividere gli stessi
problemi. Che bella cosa aveva fatto
chiedendo un tè. Le persone dovrebbero conoscersi a piccoli morsi, senza far
cadere né sprecare nulla, piano piano, in modo da non causare indigestione in
futuro e come dessert dovrebbero innamorarsi.
Il
bicchiere di tè posato davanti a lei avrebbe dipinto di fantasie l'attimo in
cui ero sprofondato. La distanza di tre tavoli, la conversazione che stava
avendo con i suoi amici non avevano alcuna importanza; io avevo creato il mio proprio
mondo, e del mio proprio mondo avevo inventato gli eroi. Fare tutto questo, poterlo
fare davanti a un tè fumante, era un piacere a parte…
Man mano
che le immagini dentro la mia testa si legavano l'una all'altra, la storia che inventavo
diventava più bella, più umana, prendevano forma mani, braccia e, soprattutto,
un enorme cuore. Come sarebbe stato il nostro primo incontro? Chi avrebbe
pronunciato il primo ciao? Chi avrebbe posato delicatamente il primo bacio? Se
avessi immaginato il nostro primo bacio, che tipo di tempesta avrebbe scatenato
il silenzio che sarebbe sceso sul nostro respiro quando avremmo chiuso i nostri
occhi? Su quali spiagge, su quali isole
avremmo potuto lasciare i rifugiati caduti dentro di noi, avremmo potuto dare
loro un focolare accogliente? Man mano che le nostre labbra si fossero sfiorate
l'un l'altra, man mano che i nostri respiri si fossero mescolati l'un l'altro,
l'aria che avremmo inspirato ci avrebbe trasformati l'uno nell'altra? L'armonia tra i suoi capelli e i
suoi occhi, tra le sue sue labbra e il suo naso che sembravano disegnati con
una matita, e il suo collo che esprimeva se stesso senza appoggiarsi alle sue
spalle, portava alla luce un sentimento maschile impresso nel mio codice
genetico. Se avessimo avuto dei figli, a chi sarebbero somigliati? Sarebbero
stati maschi o femmine? Come sarebbe stata la nostra prima lite? Come avremmo
superato la nostra prima separazione? Le domande generavano altre domande,
nuovi tè generavano nuove fantasie. Mentre
facevo tutto questo, era come se avessi chiuso gli occhi e mi fossi allontanato
da dove ero. Avevo posato sul tavolo il bicchiere di tè che tenevo in mano e
avevo rispedito fuori l'aria fredda, dopo averla scaldata dentro di me. Quando
alzai lo sguardo la trovai lì, di fronte a me, esattamente al centro del tavolo
a cui ero seduto. Quando aveva percorso
quella distanza di tre tavoli, quando aveva abbandonato i punti interrogativi
per venire da me? Nei suoi occhi e sulle
sue labbra c’erano la calma
e il mistero generati da un foglio bianco.Tutti i segni di punteggiatura,
i punti esclamativi, le virgole, si erano dissolti nella calma di quella pagina
bianca che era la sua pelle.
“Ciao.”
Sentire la
sua voce, incontrare una parola familiare, aveva creato l'effetto del vento di
scirocco che accarezzava la mia anima nell'aria fredda.
“Ciao.”
“Non mi
hai riconosciuto?”
Oltre al
fatto che i suoi sguardi, la sua anima non corrispondessero ad alcuna immagine
impressa nella mia memoria, il mio stupore aveva persino dissolto l'effetto del
primo ‘ciao’.
“Mi scusi,
non l’ho riconosciuta.”
Nonostante
avessi esaminato ogni suo dettaglio con attenzione, dentro di me si era formato
un profondo vuoto. Le fantasie che avevo costruito poco prima si erano
disperse, insieme alle formiche.
“Io sono
Sinem.”
“Uhm...
Sinem...”
“Non mi
hai riconosciuta?”
“?”
“Dato che
mi guardavi da lontano, avevo pensato che mi avessi riconosciuta.”
Più che il
non essere riuscito a riconoscerla, era la vergogna di essere stato colto in
flagrante ad aver sguinzagliato dentro di me una zecca gigantesca.
“Dall'università,
dai tempi di Ankara non ti ricordi?”
Nella mia
memoria non avveniva il minimo scatto, ce l’avevo con me stesso, le immagini di
quegli anni perdevano la loro nitidezza. Forse per l’emozione,
tutti i volti si cancellavano
e ogni dettaglio precipitava nel vuoto. Come potevo non ricordare qualcuno su cui avevo fantasticato,
come potevo non conservarne i dettagli nella mia memoria?
“Scusami, non riesco proprio a
ricordarmi.”
“Ma dai...”
Aveva tirato fuori il telefono dalla
tasca e si era seduta rapidamente al mio fianco.
“Aspetta,
allora ti mostro qualche foto.”
La
cartella intitolata "Anni dell'Università", che aveva ripescato tra
decine di album, aveva emozionato anche a me.
“Guarda,
questo sei tu, non ti ricordi?”
Appena vidi la fotografia,
fu come entrare nello schermo e tornare
a quel giorno, perdendomi in quel
momento. Era una delle
foto scattate nel cortile dell’università, insieme al nostro
gruppo di amici…
“Ti sei
ricordato?”
“Mi sono
ricordato.”
Non avevo solamente ricordato una vecchia
amica, avevo riportato in vita
qualcuno su cui avevo appena costruito tante fantasie nella mia mente.
“Guarda, abbiamo
molte altre foto.”
In tutte
le foto c'era una certa distanza tra noi e, per quanto ricordassi, in quegli
anni avevamo avuto un problema di comunicazione. Altro
che i suoi occhi
capaci di dare nuova
vita al mio cuore:
non riuscivo nemmeno a sopportare la sua
voce.
“Visto che
ti ho fatto ricordare chi sono, dai, racconta, vediamo, cosa fai adesso?”
Dovevo
curare le folli domande nella mia testa. Ma come era possibile? Andavano così queste
cose a distanza di anni? Cosa cambiano gli anni? Creavano forse un arco
temporale in grado di far combaciare la stessa persona con la nostra anima e il
nostro cuore?
“Allora,
tu cosa fai, ti vedi con il gruppo?”
“Mi vedo con
la maggior parte.”
Avevo
rivoltato la mia memoria da cima a fondo. Questa ragazza non era molto amata, nessuno
apprezzava la sua conversazione.
“Tu ti
vedi con nessuno?”
In tutte
le foto, quello più vicino a me era Ahmet. Con lui andavamo d'accordo, ci
divertivamo a prendere in giro i tipi che ci si appiccicavano intorno.
“Sono in contatto con Ahmet, ma non lo vedo da
molto tempo. L’ultima volta era all’estero; ho anche perso il suo numero.”
“Ahmet è
tornato dall'estero.”
“È
tornato?”
Avrei
voluto dirle che Ahmet non la sopportava, anzi, la odiava, ma non potevo essere
così scortese con una persona che in quel momento era mia ospite al tavolo:
“Ricorderai
che io e Ahmet non andavamo per niente d'accordo.”
“Sì, non
andavate d'accordo.”
Dicendo ‘non
andavate d'accordo’ mi aveva tirato fuori dalla
questione, eppure ‘io’ ero stato parte di quel ‘voi’.
“Io ed
Ahmet ci sposiamo.”
“Come?”
Quel ‘Come?’ aveva prodotto una melodia
fatta di imprecazioni, che non
mi era uscita soltanto dalla bocca, ma sembrava
essere schizzata fuori anche dal naso
e dalle orecchie.
Ora capivo
perché Ahmet mi sfuggiva e perché nascondeva sotto il tappeto le mie proposte
di vederci. Doveva essersi vergognato di me; probabilmente avrebbe voluto far
dimenticare prima di tutto a se stesso che stava per sposare una persona di cui
avevamo sparlato insieme.
“Voi non
andavate mica d'accordo!”
Gliel'avevo
detto sbattendoglielo in faccia con tono accusatorio.
“In realtà
è tutto molto recente. Due mesi fa ci siamo incontrati proprio qui, per puro
caso.”
“Uhm...”
“Lui non
mi ha riconosciuta, io allora ho aperto le foto e gliele ho mostrate.”
“Uhm...”
“Poi, tra
una chiacchiera e l'altra, le cose sono arrivate a questo punto.”
“Tanti
auguri.”
Ci eravamo
scambiati i numeri di telefono e ci eravamo ritirati ciascuno entro i confini
del proprio tavolo. Mandato giù d’un fiato il bicchiere di tè che mi stava
davanti ormai freddo e con la testa china, avevo fatto arrivare la mia voce
fino al suo tavolo:
“Sinem! Mi
mandi quelle foto?”
“Tutte?”
E’ l’intervallo
di tempo e il luogo in cui ci troviamo a renderci ciò che siamo. Per quanto possiamo fare calcoli o andarci a
scavare dentro, l'essenza di queste cose non risponde ad alcuna logica
razionale: ci si parava davanti con la disarmante semplicità del taccuino di un
bottegaio.
“Mandami
quelle di gruppo, quelle scattate nel cortile dell’università.”
(1) Barba da capra: In turco, keçi sakalı è la corrispondenza esatta di quello che in italiano chiamiamo pizzo o pizzetto, ossia la barba concentrata solo sul mento, proprio come quella delle capre. Abbiamo scelto di mantenere il significato letterale perché abbiamo pensato che il narratore della storia nutrisse dei sentimenti di antipatia o gelosia nei confronti della persona descritta.
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