R#022 / NELLA PIOGGIA SI CELAVA UNA SPERANZA / BİR UMUT SAKLIYDI YAĞMURUN İÇİNDE

 

Racconto di Engin Akyürek
Pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.22 / Settembre-Ottobre 2018:

(Contenuto in Zamansız)

Su Istanbul c’era un enorme ombrello. A dispetto delle nuvole che portavano la pioggia, il cielo era coperto da un telo di plastica... Se solo le nuvole si fossero baciate, le strade e i marciapiedi si sarebbero ripuliti e l'oscurità che gravava al centro del mio cuore sarebbe volata via, diventando vapore.

Harun si era appostato accanto al portone d'ingresso, in attesa che uscissi di casa... Comprendere ciò che un ragazzino di dodici anni si aspetta dalla vita è semplice, ma provarlo sulla propria pelle è molto difficile... Harun era di Aleppo; aveva perso la madre e il padre durante la guerra ed era stato costretto a venire in Turchia insieme al fratello maggiore e agli zii. Viveva al piano terra di un edificio fatiscente in attesa della riqualificazione urbana. Il palazzo in cui viveva somigliava ad Aleppo, rasa al suolo dalla guerra. L’unica differenza di quella casa con l’intonaco che si scrostava era che custodiva una speranza modesta, ma degna di un essere umano... Harun aveva girato per città come Gaziantep, Ankara e Bursa, prima di giungere a Istanbul insieme al fratello maggiore, allo zio più giovane e alla sua famiglia di dodici persone.

*   *   *

In una giornata piovosa, una voce furiosa che soffocava la melodia della pioggia, scagliava grandine contro la mia finestra. Il proprietario di quella voce furiosa aveva afferrato Harun per il bavero:

“Ladrooo, tira fuori c****, sbrigati!”

Quel grido che penetrava dalla finestra mi scavava la coscienza, mentre l'effetto della pioggia sulla finestra creava un'immagine sfocata del corpo di un piccolo bambino. Sfidando la pioggia, quasi a voler lottare contro di essa, mi ero fiondato in strada senza neanche coprirmi. Il volto dell'uomo che imprecava era persino più ripugnante delle imprecazioni stesse. Il vetro appannato mi impediva di vedere cosa stesse succedendo fuori, ma riuscivo a capire che l’uomo che imprecava stava picchiando Harun. L’uomo, trovandosi davanti qualcuno che non imprecava, aveva ripreso fiato, aveva messo a riposo le sue imprecazioni, facendole attenderenel gozzo.

“Questo ladro mi ha rubato il portafoglio mentre aspettavo alla fermata!”

“Cerchi di calmarsi, magari le è caduto.”

Cercavo di creare i presupposti per una conversazione diplomatica con qualcuno che imprecava. Se non altro, ero riuscito a salvare Harun dalle grandi mani dell’uomo. Avevo già viso Harun nel quartiere, ma non lo conoscevo. Con i suoi occhi neri sembrava dire ‘Non sono stato io a rubare il portafoglio’, e si faceva sempre più piccolo, rannicchiandosi nel suo corpo minuto. Convincere l'uomo era molto difficile; approfittandosi della mia calma, aveva alzato di nuovo la sua voce al livello delle imprecazioni.

A seconda dell'intensità della pioggia, qualche passante allungava il collo da dove si trovava per sbirciare, per poi tirare dritto evitando di farsi coinvolgere dalle voci e dalle imprecazioni.

Facendo da garante per un bambino di cui non sapevo il nome, con una storia che avevo inventato sul momento, ero diventato parte di una vicenda di cui non conoscevo la verità. Il nostro incontro era avvenuto in un giorno di pioggia, accompagnato dal brontolio di un uomo che imprecava. Avevo visto cosa potesse suscitare negli occhi di un bambino sopravvissuto alla guerra il fidarsi in modo incondizionato di un essere umano. A chi poteva importare che fine avesse fatto il portafoglio perduto…

L’amicizia con Harun iniziata quel giorno, in seguito si era trasformata in una vicinanza che superava ogni confine. Non gli chiesi mai se fosse stato lui a rubare o meno il portafoglio.  Sapevo che quando un briciolo di fiducia e una calda speranza che rende più facile sognare entrano nel cuore di un bambino, i semi selvatici seccheranno prima di potersi aprire, nuovi semi cominceranno a crescere, e profumi e colori che nessuno possiede si spargeranno nel mondo…

Con Harun parlavamo ogni volta che ci capitava di incontrarci, scambiando due parole (1) anche solo di sfuggita. Il suo turco ‘mezzo e mezzo’ sembrava più ordinato dei vestiti che indossava; quando il discorso toccava la guerra, dimenticando il turco, fissava il vuoto con la sua lingua ammutolita. A volte veniva a casa mia, guardavamo insieme i cartoni animati e facevamo colazione. Gli piaceva molto guardare i cartoni animati; forse nella sua casa, nel suo nido caldo, l'ultima immagine impressa nella sua memoria era stata quella di un cartone animato...

Sapevo di dover dare il mio aiuto con tatto e delicatezza. Qualsiasi cosa facessi, dovevo agire con riguardo, senza rattristare né far ingelosire i figli dello zio di Harun. Se una mano dava, l'altra mano doveva chiudere gli occhi...  Avevo coinvolto anche alcuni miei amici, trasformandoli a loro volta in mani capaci di essere cieche, e avevamo cominciato a fare piccole cose: ridipingere i muri dai quali si staccava l’intonaco, condividere qualche vecchio mobile…

Ogni volta che Harun rideva, sul viso di suo fratello maggiore Mustafa calava la malinconia, il suo cuore si raggrinziva come le fronti segnate dalle rughe delle persone che hanno perso la speranza. Capivo Mustafa: aveva l’aria di chi si era stancato di sperare. Anche Harun avrebbe continuato a sperare ancora per un po’, a ridere, a continuare a ridere; poi, un giorno, all’improvviso, l’orologio a carica dentro di lui si sarebbe fermato...

Era la settimana di Bayram; avevo dato allo zio di Harun una somma di denaro che avevo raccolto da parenti e amici. Comprare regali a otto bambini era molto difficile, bisognava tenere conto della loro età, del loro sesso... Una somma di denaro messa dentro una busta semplificava le cose, e permetteva di dare una mano senza troppi affanni.

Durante le vacanze di Bayram non ero stato a casa. Quando tornai, Harun mi stava aspettando davanti alla porta. Era come se qualcuno gli avesse rubato il sorrisetto dal volto...

"Mio fratello è scomparso..."

"Da quanto tempo non c'è?"

"La mattina di Bayram mi sono svegliato e non c'era più."

"Non preoccuparti, lo troveremo, sarà andato a lavorare o qualcosa del genere."

"Se fosse andato mi avrebbe detto, 'io sto andando'..."

Il mio viso, che cercava di consolare Harun, non doveva sembrare molto convincente.

"Non rattristarti, vedrai che torna oppure ci fa avere notizie."

" İnşallah…" (2)

"Vuoi guardare i cartoni animati?"

"Grazie, fratello..."

Già di solito se ne andava via sempre piano piano strascicando i suoi piedi. Questa volta aveva persino la testa china, come se non riuscisse più a sostenere il peso di ciò che aveva dentro la testa (i suoi pensieri / ndt). Il giorno dopo andai a trovare lo zio più giovane di Harun, volevo capire cosa fosse successo a Mustafa.

"Ci sono notizie di Mustafa?"

"Non ce ne sono."

Sul viso dell'uomo c'erano vuoti profondi che nascondevano qualcosa.

"Ne sei sicuro?"

I vuoti sul suo volto iniziarono a colmarsi, i vuoti che si chiudevano iniziarono a insediarsi nei suoi occhi.

"Se sai qualcosa dillo, cerchiamo di trovarlo."

"Ha preso il denaro che gli hai dato..."

"Hmm..."

Parlare del denaro messo dentro la busta con persone che avevano vissuto il dolore della guerra metteva a disagio la mia coscienza.

La stagione era cambiata, aveva già preparato le nuvole dell’autunno. Il viso di Harun si era fatto più piccolo, mentre la sua anima era cresciuta. Ogni giorno mi aspettava davanti alla porta, condividendo con me la sua speranza, aggrappato all'idea che magari avessi ricevuto (ndt) qualche notizia. Portare il peso di certe cose non era per niente facile... Delle nuvole che portano la pioggia non c'era traccia. Sebbene fosse autunno, l'umidità di Istanbul ti si appiccicava addosso. Non potevo nascondere più a lungo ciò che sapevo. Avevo dato la parola allo zio più giovane, ma il filo sottile della mia coscienza era sul punto di spezzarsi.

Con i soldi rubati, Mustafa era salito su un barcone di profughi. Non fatevi ingannare dal fatto che lo chiami “barcone”: era qualcosa che somigliava a un pezzo di legno che galleggiava sull’acqua... Le fotografie che avevo visto su Internet mostravano in realtà, in modo terribilmente crudo, l’orrore e la spietatezza di quella situazione.

Il barcone si era ribaltato mentre attraversava le acque turche, e Mustafa era scomparso in quella vasta distesa blu. Il corpo non era stato ritrovato, nonostante le ricerche. Per un mese intero avevo sperato con tutto me stesso che Mustafa non fosse mai salito su quel barcone. Magari era riuscito a raggiungere l'Inghilterra dei suoi sogni con un'altra imbarcazione. Non volevo più nascondere tutto questo. Qualunque cosa fosse accaduta, Harun aveva il diritto di sapere.

Harun si era accorto che lo stavo guardando dal bordo della finestra.

Non appena avevo aperto la porta, i nostri sguardi si erano incrociati.

“Mi stai nascondendo qualcosa, fratello...”

Quando i suoi occhi neri si erano posati su ciò che stavo per raccontargli, le voci che provenivano dal profondo del mio cuore mi avevano annodato la lingua.

“Entra dentro.”

Quando era entrato, aveva notato i DVD dei cartoni animati sul tavolino. Non li avevo messi via: se ne stavano lì, come il simbolo tangibile di una speranza.

“Cos'è successo a mio fratello?”

Non volevo far crescere quel silenzio.

“Credo che tuo fratello sia andato in Inghilterra.”

Il suo viso, cupo da giorni, si era illuminato in un sorriso (ndt) a mezzaluna.

“Grazie a Dio…”

“Non essere più triste.”

Non potendo dire una verità che ancora non era venuta a galla, con una bugia avevo cercato di trovare un modo per poter sperare.

 “E se parlassimo al telefono...”

“Se riusciamo a rintracciarlo, parleremo.”

“Se trovi il suo indirizzo, fammi scrivere una lettera a mio fratello. Ho messo da parte dei soldi, gli manderò anche quelli.”

“Va bene, gliela scriverai.”

Harun si era avviato verso casa sua, strascicando i suoi piedi, ma sollevando la sua testa da terra. In casa c'era un profumo di terra bagnata dalla pioggia. Mi ero seduto alla scrivania, avevo preso un foglio bianco e avevo provato a scrivere la lettera che Harun, un giorno, avrebbe scritto a suo fratello:

Ciao, mio caro fratello.

Mi manchi tantissimo...

Prima ancora di riuscire a scrivere il seguito della frase, le nuvole si erano oscurate, era balenato un fulmine e le nuvole cariche di pioggia, come se avessero trattenuto il respiro per giorni, avevano rovesciato tutta la loro benedizione.

Le strade e i marciapiedi si sarebbero ripuliti, e l'oscurità calata nel profondo dei nostri cuori sarebbe svanita come vapore. Continuando a guardare attraverso il vetro appannato, avremmo potuto sperare in una buona notizia...

 

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(1) Scambiando due parole: l’espressione in turco letteralmente è spezzavamo la schiena a due parole.

(2) İnşallah: Se Dio vuole.


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