R#020 / INCONTRIAMOCI NEI RACCONTI / ÖYKÜLERDE BULUŞALIM
Racconto di Engin
Akyürek
Pubblicato sulla
rivista Kafasina Göre n.20 / Maggio-Giugno 2018:
(Contenuto in Sessizlik)
Avevo completato le correzioni del racconto da inviare alla rivista Kafasına Göre e avevo spedito la mia ultima storia a İdil, la redattrice. Quando non si è ancora scrittori affermati, il peso e la responsabilità del mestiere finiscono per penetrare in ogni testo che si scrive. Mi sembrava che i grandi della scrittura e della poesia mi osservassero da dietro le frasi che componevo; per non rattristarli e per rispetto verso la loro fatica e i loro affanni, dopo ogni invio chiedevo loro scusa dentro di me.
Dopo aver
scritto e spedito il racconto, le frasi che facevano baccano nella mia testa
lasciavano il posto al silenzio. Per un po' mi godevo quella quiete poi, non
appena il mio terreno interiore iniziava ad inaridire, cercavo di seminare
nuovi germogli attraverso nuove parole... Avevo messo il tè nella teiera. Stavo
per gustarmi il mio tè in totale relax, con la serenità di chi ha inviato tutto
in tempo, quando sul telefono era arrivata un'e-mail di risposta da parte di
İdil:
Ciao.
Ho letto il tuo racconto con molto piacere, ma magari avessi fatto questo
scherzo un po' prima! Abbiamo appena terminato l'impaginazione della rivista e
non ci resta tempo per un nuovo layout. :(
Non avevo
capito cosa intendesse İdil. Amavo molto scherzare, ma con la scrittura, così
come con il pane quotidiano (1), non si scherza... Avevo subito chiamato
İdil: che cosa significava lo scherzo di cui parlava nella mail? İdil aveva
risposto al telefono e, con la risata che ha sempre pronta, mi aveva spiegato
la questione. Dopo averla ascoltata, le avevo rivolto la sua stessa domanda:
“Ma stai
scherzando?”
“Ahhh!”
Dovevo
scoprire come stavano realmente le cose prima che lo scherzo che circolava si
trasformasse in una partita di tennis. L'ultimo racconto che avevo inviato era
una storia che mi frullava in testa da molto tempo e che non avevo mai
raccontato a nessuno. E uno dei racconti inviati alla rubrica dei lettori della
rivista Kafasına Göre era identico a quello inviato da me. Quando avevo cominciato a leggerlo,
avevo capito cosa intendesse İdil. Se c’era uno scherzo in ballo, era certo che
fosse stato fatto a me. Del mittente avevo soltanto l’indirizzo e-mail...
Tra i
centinaia di account e immagini registrati a nome Feride Yıldırım, avevo
cercato di trovare un viso conosciuto. Il fatto che avesse inviato il suo
racconto prima di me, mi metteva nella posizione del copione, ma non volevo
diventare la vittima di uno stupido scherzo. Avevo bevuto un piccolo sorso del
mio tè e non volevo abbandonarmi alle paranoie dell’uomo moderno, pensando che
il mio computer fosse stato violato tramite un virus… Non c'era nulla di nuovo
sotto il sole,
(2) ma come potevo aver scritto lo stesso identico racconto insieme
a qualcuno che non avevo mai conosciuto né visto? Messo
da parte lo sbalordimento, avevo iniziato a sfogliare le pagine bianche della
mia memoria. Mi ero forse lasciato influenzare dal racconto di un autore che
avevo letto e amato? Potevamo entrambi aver amato la stessa storia, esserne
rimasti colpiti e averla archiviata nel nostro subconscio. Nella narrativa e
nella sceneggiatura un fenomeno simile è del tutto naturale, ma il racconto che
avevo scritto parlava di me. Aveva un argomento che non interessava né
riguardava i grandi scrittori, i poeti o i narratori che avevo letto. La cosa
interessante era che io avevo scritto il racconto dal punto di vista maschile,
mentre la persona che l'aveva inviato lo aveva scritto dal punto di vista
femminile: un uomo va alla ricerca della foto di un'isola vista durante
l'infanzia. L'uomo vede l'isola in sogno, si sveglia in un bagno di sudore,
compra un biglietto aereo di notte e parte per l'isola senza portare nulla con
sé. Sull'isola in cui arriva incontra una donna. Inizia a vivere un grande
amore...
In
entrambe le storie, sia il racconto del viaggio verso l'isola, sia le analogie usate
nel descrivere il luogo, sembravano le parole della stessa persona, il punto
d'incontro del medesimo mondo immaginario. Se i grandi della scrittura nascosti dietro
le frasi lo avessero permesso, sarebbe stato possibile incontrarsi all'interno
dei racconti (3) ... Dopo aver bevuto l’ultimo sorso del mio
tè ormai freddo, avevo scritto alcune cose all’indirizzo e-mail che avevo
davanti:
Salve,
Per prima cosa vorrei che leggesse il racconto che ho allegato. Il fatto che
lei abbia inviato il suo racconto prima di me potrebbe far pensare che io stia scherzando,
e questa situazione potrebbe anche essere una semplice coincidenza, ma ci tengo
a farle sapere che questo racconto è molto prezioso per me. Non mi aspetto una
risposta, volevo solo che lo sapesse.
Buon lavoro.
Dopo aver
inviato l'e-mail, ero curioso di sapere chi fosse la persona dall'altra parte.
Il messaggio che avevo scritto era un po' distaccato, ma una sua eventuale
risposta avrebbe potuto permettermi di scoprire chi fosse e di conoscere la
persona che si nascondeva dietro le sue frasi. L'idea di fondo del racconto che
avevo scritto era seguire una sensazione. Era qualcosa di così delicato che,
nel momento in cui si fosse cercato di descriverla, di renderla visibile, sarebbe
potuta inaridire nella palude della logica. Non lo dico per dare un valore
letterario al racconto, ma per esprimere l'idea che possiamo condividere le stesse sensazioni,
che non siamo soli e che esistono persone che pensano e sentono come noi. Anche
se a volte pensiamo di essere soli nell'universo, le storie, le frasi e persino
le singole parole possono farci provare le medesime emozioni e unirci. Dev'essere qualcosa di simile a ciò che provano i
gemelli, immagino...
Sulla rivista era stato stampato un altro mio racconto. Le due storie identiche, finite in sovrapposizione, non erano state pubblicate.
İdil e Yasin (4) continuavano a credere che stessi scherzando e che avessi scritto io entrambi i testi. Per evitare che la questione si complicasse ulteriormente, avevo preferito chiudere l'argomento. Dopotutto era una faccenda intima; non doveva trasformarsi in materia da chiacchiere da bar (5) né in un oggetto di curiosità morbosa. Avevo cancellato la storia dell'isola dal mio computer, dai miei ricordi e dai miei sentimenti, sforzandomi di comportarmi come se non l'avessi mai scritta.*
* *
La rivista Kafasına Göre usciva ogni due mesi, ma come si dice,
i giorni contati volano e la scadenza per il nuovo pezzo bussava già alla
porta; mentre
riflettevo su cosa scrivere, la mia mente tornava continuamente al racconto
dell'isola. Sentivo dentro di me qualcosa di incompiuto, un senso di
incompletezza.
Quando i
luoghi che mi porto nella testa non trovano una loro collocazione precisa,
finiscono per insinuarsi come una maledizione tra le mie parole, urlando ‘sono
qui’. Avevo creato il nuovo racconto tanto per scrivere qualcosa, ambientandolo
altrove e affrontando un tema su cui non credevo nemmeno granché, per poi
inviarlo. Dopo l'invio, come al solito, avevo messo il tè nell'infusore e, con
la serenità che regala l'aver consegnato il testo, mi ero scolato l'intera teiera
d'un fiato.
Mi ero abbandonato al sonno sulla poltrona su cui ero seduto. Ero in uno stato di torpore giunto piano, senza alcuna forzatura... L'intero bricco di tè che avevo bevuto mi aveva gonfiato la pancia quanto un samovar, creando le condizioni fisiche ideali per dormire. Sapete quel confine sottile tra il sonno e la veglia? Ecco, io continuavo a camminare su quella linea sottile, abbandonandomi al silenzio senza sapere da quale parte sarei caduto. Muovevo i passi con lentezza. Ogni mio passo mi avvicinava un po' di più al sonno, e sentivo l'acqua salire dai piedi fino alle caviglie. Ero sulla riva del mare, camminavo dalla parte bassa verso il largo. Il mio sguardo cercava di valutare come muovere i passi nell’acqua; le pietre che mi pungevano i piedi e le alghe che sentivo sulla punta delle dita mi permettevano di capire dove mi trovassi. Sollevando lo sguardo, avevo capito di essere giunto sulla stessa isola. Il sole stava per tramontare, o forse era appena sorto. In realtà il tempo non contava nulla; stare nell'acqua mi faceva stare bene. Con le frasi che avevo costruito ero già stato su quell'isola, avevo affrontato un lungo viaggio in aereo e proprio lì mi ero innamorato. Le mie parole avevano formato le frasi, e le mie frasi avevano creato le sfumature invisibili della donna di cui mi ero innamorato. Chissà se qui sarei riuscito a rivedere e a riconoscere la donna descritta nel mio racconto? Non mi trovavo su un'isola fatta di scenografie. C'era gente che nuotava in mare, si tuffava dal pontile, mangiava in spiaggia ridendo a crepapelle e guardava il sole e le nuvole. Tutti ridevano, dando forma a un'immagine quasi surreale. Intorno a me, ognuno sembrava stesse facendo le prove del mondo che avevo sognato. Dall'acqua osservavo la gente e, in mezzo a tutte quelle persone felici e spensierate, cercavo la donna di cui mi ero innamorato...
Il mio sonno a mezzaluna sul divano si era
interrotto con un profondo sospiro. Avevo il corpo intorpidito e le caviglie mi
sembravano persino bagnate. Mi ero alzato a fatica ed ero entrato nella doccia.
Stare sotto l'acqua faceva bene ai miei muscoli intorpiditi. Compresi che la storia dell'isola non si
sarebbe limitata a vagare nella mia testa, ma avrebbe fatto visita anche ai
miei sogni. Mi ero seduto di nuovo sul divano. Mentre riflettevo su come scrivere
il seguito del racconto, un'email arrivata sul telefono aveva subito attirato
la mia attenzione.
Salve,
Sono Feride Yıldırım. Ho letto con stupore il racconto che ha mandato.
Se le va di leggere il seguito della storia che ho scritto, gliel'ho inviato in
allegato.
Buon lavoro.
La frase originale nel testo è yazıyla,
nimetle şaka olmazdı. In turco,
la parola nimet deriva dall'arabo e significa benedizione, dono di Dio o
grazia. Nella cultura quotidiana turca indica quasi sempre il cibo, in
particolare il pane e il sostentamento quotidiano che viene considerato sacro.
Inoltre n Turchia esiste il detto popolare Nimetle
şaka olmaz (o Ekmekle/nimetle şaka olmaz), che si traduce letteralmente con
Con la benedizione / con il cibo non si
scherza.
“Ero in mare. Mi guardavo intorno
come se stessi aspettando qualcosa nell'acqua. In mezzo alla gente che rideva e
si divertiva, un uomo con la testa china fissava solo l'acqua. Si vedeva chiaramente
che era un estraneo per quell'isola. Muoveva i passi con esitazione. La
bellezza del luogo in cui si trovava infondeva coraggio alla sua anima,
spingendolo a fare passi più grandi. Mi avvicinavo a lui e, man mano che mi
avvicinavo, capivo chi fosse. L'uomo di cui ero innamorata era tornato ancora
una volta sull'isola...”
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(1) il pane quotidiano: la traduzione letterale è con la benedizione non si scherza.
(2) Non
c’era nulla di nuovo sotto il sole: corrisponde
al modo di dire turco Sotto il sole non c'era parola che non fosse
già stata detta (o non c'era parola non detta), usato nel testo originale.
(3) Sarebbe
stato possibile incontrarsi: si sta riferendo agli autori dei due racconti.
(4) İdil Hafızoğlu
e Yasin Öksüz sono gli editori
e fondatori della rivista letteraria e umoristica turca Kafasına Göre,
bimestrale su cui viene pubblicato di volta in volta un nuovo racconto di Engin
Akyürek.
(5) Chiacchiere
da bar: nel
linguaggio parlato turco, geyik muhabbeti,
espressione nel testo originale, significa letteralmente chiacchierata del cervo. Secondo un aneddoto popolare, quando i
cacciatori tornavano al villaggio a mani vuote dopo una giornata di caccia al
cervo, si sedevano al bar del paese per giustificarsi. Invece di ammettere il
fallimento, iniziavano a inventare storie esagerate ed estenuanti sul cervo che
avevano visto o inseguito. La conversazione andava avanti per ore su dettagli
del tutto futili e inventati, diventando il prototipo del parlare del nulla per
ammazzare il tempo.
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