R#019 / DESTINO CIECO / KÖR TALİH
Racconto di Engin
Akyürek
Pubblicato sulla
rivista Kafasina Göre n.19 / Marzo-Aprile 2018:
(Contenuto in Sessizlik)
Il suo corpo segnato dal tempo non faceva parte dei soliti frequentatori del locale dove sorseggiavo il mio tè. L’anziano venditore della lotteria distribuiva i bigliettini della fortuna (1) a destra e a manca, recitava poesie, ma non si fermava mai al mio tavolo. Anche se il cappellino della lotteria nazionale che portava in testa alleggeriva un po’ il peso della sua età, le rughe sul suo viso mostravano ciò che aveva vissuto come spalline militari. Sembrava che una mano fosse arrivata, avesse steso il vecchio zio a terra, avesse disegnato il suo corpo con carta carbone e gli avesse fornito un corpo copia del suo originale. E lo zio bigliettaio aveva chiuso a chiave tutto il suo vero (ndt) corpo a casa in un grande armadio a muro profumato di naftalina.
Avevo appena bevuto il sorso migliore del mio tè, quando lo zio bigliettaio si era accostato per la prima volta al mio tavolo e con mani venose che portavano dignitosamente i segni della sua età mi aveva allungato i suoi biglietti:
"Prego figliolo."
"Grazie, zio."
"Sono gli ultimi tre, avanti."
"Grazie zio. Non mi piacciono i giochi d'azzardo."
Gli occhi dell’anziano bigliettaio avevano brillato come gli occhi di un gatto. Impugnava quegli ultimi tre biglietti con una tale ostinazione da sembrare un creditore piombato alla mia porta.
“E perché mai, ragazzo…”
" Non li amo. Metti che vinca qualcosa, finirei per perdere la mia tranquillità."
"Sono gli ultimi tre biglietti, prendine uno..."
"Grazie, zio."
La sua testa sotto il suo cappello sembrava disegnata con una penna a punta fine. Il suo viso affilato, le sue frasi taglienti, i suoi sguardi assorbenti come una spugna. Se avessi riso avrebbe riso, se avessi pianto avrebbe pianto a dirotto. Era quell’espressione che si posa delicatamente negli occhi delle persone che ne hanno viste di tutti i colori... Quando ha allungato di nuovo gli ultimi tre biglietti nella sua mano:
"Non amo biglietti e e roba simile."
"Perché?"
"Dici che ne sono rimasti tre. I bigliettai tengono per sé gli ultimi biglietti: se deve uscire un premio (ndt), che esca a te."
Per far allontanare da me il vecchio bigliettaio, avevo usato una chicca tenuta nel cassetto (2). Mentre infilava i biglietti che aveva in mano nella tasca interna del suo giaccone:
"Non prendo mai gli ultimi biglietti. In realtà, non ne compro proprio mai..."
"Come?"
Spingendo con il polpaccio il tavolo a cui si era appoggiato, era crollato sulla sedia di fronte a me come un ramo secco. I suoi occhi, da occhi di gatto, si erano trasformati in quelli di una tigre che ha appena catturato la sua preda. Senza dire una parola, dal suo alzare la mano in aria e dal cenno di intesa del cameriere, avevo capito che voleva bere un tè. Aveva guardato dentro i miei occhi con uno sguardo che rideva ma allo stesso tempo piangeva, che mentre piangeva sembrava sul punto di farsela sotto dal ridere. Quando arrivò il tè, ne bevve il primo sorso con un’espressione seria e poi cominciò a parlare:
"Guarda figliolo ti racconterò una storia. Non racconto a tutti questa storia."
La sua voce era tranquilla; aveva una una cadenza da maestro:
"Era il 1970. A quei tempi il primo premio della lotteria creava un tale fermento che ricchi e poveri non vedevano l'ora che arrivasse il giorno dell'estrazione. Comunque, a Istanbul viveva un giovane ragazzo di nome Fehmi. Originario di Aksaray, vicino a Niğde, quando aveva compiuto dieci anni, suo padre, dicendo che fossero maledetti paesani e parentela, era saltato sull'autobus e aveva portato la sua famiglia a Istanbul. Fehmi aveva finito le scuole medie a stento. D'altronde, figliolo, la situazione di un ragazzino che viene dal paese in una grande città è ben chiara. Tu non fare caso, adesso chi è del villaggio e chi è della città si sono mescolati tra loro. A quei tempi la gente di paese si vergognava persino di entrare in un bar a bere un tè. Comunque, quando il nostro Fehmi era diventato un ragazzo aveva iniziato a fare il venditore di biglietti e la sera faceva il tassista. Ti racconto queste cose in modo che tu memorizzi bene la storia nella tua testa. E poi c'era una ragazza di cui era innamorato, il suo nome Meral, era bella come le protagoniste dei fotoromanzi... Ogni tanto anche gli occhi della ragazza mandavano qualche segnale a Fehmi. In fin dei conti lei era diplomata, nata e cresciuta a Istanbul, ed era piena di pretendenti. Fehmi essendo un uomo intelligente sapeva che suo padre non gli avrebbe concesso Meral. Fehmi le lanciava un’occhiata d’intesa, la ragazza si fermava, controllava a destra e a sinistra, e gli ricambiava il suo segnale. Seppure in piedi, non si erano mai scambiati neanche due parole al volo.
Con quel profumo d'amore che gli si era insediato dentro, Fehmi si consumava giorno dopo giorno; quando si guardava allo specchio, quell'uomo dagli occhi innamorati gli piaceva proprio. In un certo senso la sua fiducia nella vita era aumentata, se c'era da piangere piangeva dal più profondo dell'anima, se c'era da ridere rideva con tutto il cuore. ‘Nel peggiore dei casi vado e la rapisco’, diceva a se stesso. Il padre della ragazza, Osman l'Inglese, era un ex comandante della Polizia Municipale in pensione. Il suo soprannome ‘inglese’ veniva dai suoi occhi chiari, dai suoi capelli bagnati di limone e pettinati all'indietro. Era così alto da non passare dalle porte e aveva una voce che spaccava i timpani; quando camminava per strada, i vicini lo riconoscevano dal profumo di limone dei capelli, mentre i commercianti dal suo periodo come comandante della Polizia Municipale; lo chiamavano Osman l'Infedele. Infedele che più infedele non si può; era un uomo del tipo "faccio come dico io e basta". Del resto sua moglie era morta per la testardaggine dell'uomo. Dicevano persino che la donna sul letto di morte avesse sussurrato all'orecchio dell'uomo "Osman l'Infedele" prima di spirare. Per un po' era persino girata la voce che non volesse neanche andare al funerale della moglie e che ce l'avessero portato con la forza... Ecco perché per questo Osman l'Inglese sarebbe stato quasi impossibile concedere la figlia a Fehmi. Se avesse sentito qualcuno chiamarlo "Infedele", lo avrebbe pestato a sangue cambiandogli i connotati. E Fehmi non sapendo che pesci pigliare, teneva d’occhio la strada di Meral e faceva piani per comparirle di fronte.
Dunque, come dire…col passare del tempo, Fehmi era riuscito a beccare Meral in un angolino tranquillo. Fehmi aveva alzato gli occhi al cielo e aveva detto “Ti amo!” Si era buttata i capelli all'indietro e aveva risposto: “Giri troppo intorno a casa nostra: se mio padre ti vede, ti ammazza”. Avevano continuato a parlare e a parlare… Fehmi aveva buttato lì: "Ti rapirò e ti porterò via". La ragazza aveva ridacchiato, come se stesse parlando in una lingua incomprensibile per Fehmi, si era allontanata facendo dondolare i capelli e il corpo. Figliolo, ti sto stirando il cervello a forza di chiacchiere, ma quando una storia non la racconti in questo modo, il suo sapore diventa come una mela acida raggrinzita. Comunque, mentre Fehmi rifletteva sul da farsi, senza chiudere occhio la notte, alla fine decise di presentarsi davanti al padre della ragazza. Prese sua madre e suo padre e andò da Osman l’Inglese… Invocarono Allah, invocarono il Profeta, avevano fatto formale richiesta di matrimonio, ma Osman l'Inglese era rimasto in silenzio e con un solo sguardo aveva spazzato via Fehmi e i suoi genitori, cacciandoli da casa sua. La madre di Fehmi, con l'orgoglio ferito come quello di quaunque madre sbattuta fuori dalla porta, aveva commentato: “È proprio Osman l'Infedele!”. Oramai Fehmi si era messo in testa che avrebbe rapito Meral. Avendo avuto il via libera dalla ragazza, contavano di svignarsela prima al paese, a Niğde, e da lì dove Allah avesse voluto condurli. La notte di Capodanno, Osman l'Inglese avrebbe esagerato con il rakı fino a crollare; quando lui avrebbe russato di brutto, loro sarebbero scappati. D'altronde Osman l'Inglese, quando toccava un goccio d'alcol, si ingozzava di tutto quello che trovava come l'oca di Agop (3), poi crollava in un sonno profondo e non si sarebbe svegliato nemmeno se si fosse scatenato l’inferno (4). Fehmi per l'emozione non aveva dormito per giorni e, per non far capire la situazione a chi lo vedeva, si era buttato a capofitto nel lavoro.
Il nuovo anno era arrivato. Fehmi aveva baciato la mano di sua madre e di suo padre, poi era andato al caffè. Tra quelli che bevevano alcol e quelli che ballavano la çiftetelli (5) aveva iniziato ad aspettare. L'orologio aveva superato la mezzanotte e sullo schermo era iniziata l'estrazione del primo premio della lotteria. Il barista İbo lo aveva punzecchiato con la voce, dicendo: "Ehi Fehmi, quanti biglietti ti sei tenuto da parte?". L'estrazione era l'ultimo dei pensieri di Fehmi: la sua mente era tutta per Meral. Quelli che bevevano e quelli che si scatenavano nei balli, si erano stipati davanti alla TV con i biglietti in mano per seguire l'estrazione del primo premio. Fehmi aveva pensato che fosse giunto il momento; proprio mentre stava per alzarsi in piedi e andare al fianco di Meral, il barista İbo lo aveva stuzzicato di nuovo, dicendo: "Non ce l'hai un biglietto?” Fehmi aveva infilato la mano in tasca e aveva tirato fuori dal taschino interno i biglietti che aveva tenuto per sé. Per non far insospettire İbo, si era messo in fila anche lui davanti alla TV. Quel barista İbo era in combutta col diavolo: ci metteva un attimo a fiutare qualcosa e, prima ancora che Fehmi e Meral potessero salire sull'autobus, avrebbe spifferato tutto al padre della ragazza. Mentre Fehmi teneva per finta i suoi biglietti tra le mani, avevano iniziato ad annunciare i numeri del primo premio. I numeri avevano preso a girare piano piano e a comparire sullo schermo. Gli occhi di Fehmi, più che sui numeri, erano fissi sull'orologio. Il presentatore aveva detto: "7", aveva detto "4", aveva detto "6", aveva detto "0", aveva detto "5", aveva detto "5", aveva detto "6". Fehmi all'improvviso aveva detto: "Allah!". Aveva detto un tale Allah che nessuno aveva capito cosa fosse successo. Fehmi aveva iniziato a gridare come un pazzo, stava per perdere del tutto il lume della ragione. Erano piovute congratulazioni, partite le danze del halay (6) e si erano levati gli zılgıt. (7) Fehmi era stato portato sulle spalle fino a casa, in un’atmosfera di festa, tra promesse fatte e intenzioni dichiarate... Riaccolto tra le braccia del padre e della madre, il suo pensiero era andato subito a Meral: aveva detto al padre che ora, da uomo ricco, sarebbero andati finalmente a chiederla in sposa. Fehmi aveva chiesto la sua mano, Osman l'Inglese gliel’aveva concessa e si erano organizzati festeggiamenti e nozze in grande stile: per tre giorni e tre notti le tavole avevano strabordato di carne e prelibatezze, e i musicisti non si erano fermati un solo istante. Fehmi amava Meral a tal punto che ogni suo desiderio era un ordine. Del resto, di soldi lui non ci capiva niente... Si sono elargiti aiuti ai parenti lontani, pagati matrimoni ai giovani in procinto di sposarsi e organizzate le feste di circoncisione per i bambini del quartiere. Proprio sul più bello, quando stava iniziando a godersi la vita, per Fehmi era arrivata la chiamata al servizio militare. Senza nemmeno fare in tempo a dormire nella sua casa nuova, s'era ritrovato in viaggio verso la caserma di Sivas. La moglie Meral, dicendogli di voler avviare un'attività, si era presa tutti i suoi soldi; e Fehmi, del resto, era un uomo disposto a dare qualsiasi cosa per la donna che amava.
Era trascrso un inverno nero, Fehmi aveva cominciato a contare i giorni. Poi, pian piano, Meral aveva smesso di rispondere alle sue lettere e non si era più fatta trovare al telefono. Logorato dai vermi del dubbio, Fehmi aveva chiesto una licenza al suo comandante ed era schizzato a Istanbul. La porta di casa era sbarrata e il conto in banca completamente prosciugato. (8) Perfino Osman l'Inglese diceva di non sapere dove fosse finita sua figlia. Fehmi era ritornato in caserma con le orecchie basse. Per un attimo aveva pensato di scappare, ma il padre lo aveva rimesso sulla retta via ricordandogli che il servizio militare è un dovere verso la Patria. Per Fehmi il tempo sembrava non passare mai; chiamava i genitori tutti i giorni al telefono. Aveva perfino fatto installare una linea telefonica a casa di Osman l'Inglese, nella speranza che prima o poi arrivasse qualche notizia. Erano state allertate la Polizia e la Gendarmeria.Quando Fehmi aveva terminato il servizio militare ed era tornato dalla sua famiglia, aveva scoperto la verità. Sua madre aveva ricoperto Meral di contumelie e maledizioni, arrivando persino a darle della puttana. Suo padre gli aveva raccontato l'accaduto a stento, con voce spezzata. Meral aveva prelevato tutti i soldi sul conto in banca ed era fuggita all'estero con un altro uomo. Poi era arrivato persino un documento dal tribunale: una richiesta di divorzio. La madre le aveva dato di nuovo della puttana. Fehmi era rimasto in silenzio, senza dire una sola parola. Niente gli aveva fatto davvero male, ma quel foglio del tribunale gli fece un male così cane da bruciargli il corpo intero, come i tormenti dell'inferno. Osman l'Inglese per la vergogna non riusciva più ad uscire per strada; quell’uomo imponente (9) era arrivato a pesare 200 chili ed era morto di crepacuore. Poiché non si era fatto vivo nessuno per occuparsi del funerale, il compito era toccato a Fehmi: era stato lui a sotterrare Osman l'Inglese. Il giorno dell'udienza, Meral non aveva degnato Fehmi neppure di uno sguardo e si era limitata a dire al giudice: “Incompatibilità caratteriale irrimediabile”. Lei si era presa persino il miglior avvocato del Paese. Fehmi si era rivolto a un modesto avvocato di quartiere e, da uomo orgoglioso quale era, aveva detto semplicemente: “Se vuole divorziare, divorziamo”. Sebbene tutti gli dicessero di non rinunciare ai suoi soldi, a Fehmi dei soldi non importava un bel niente. Del resto, tutto ciò che gli era capitato gli era successo proprio per colpa dei soldi.
Aveva venduto la nuova casa che si era comprato, aveva iniziato a bere e a giocare d'azzardo. Quando era rimasto senza un soldo, con le tasche completamente prosciugate, era tornato a vivere da sua madre. Non avendo un mestiere, aveva ricominciato a fare il venditore di biglietti della lotteria. Per un po' nel quartiere c'era stato chi gli aveva riso dietro, prendendolo in giro. Non si era mai più tenuto gli ultimi biglietti: andava sempre a restituirli. All'osteria parlava spesso da solo, continuando a ripetere: “Se solo non avessi vinto quel biglietto, a quest'ora sarei stato un uomo felice, con una mia famiglia e dei figli”. E anche se le parole gli arrivavano sulla punta della lingua, non aveva mai detto una sola parola cattiva su Meral. Come avrai capito figliolo, Il nostro Fehmi soffriva molto più per aver perso la donna che amava che per i soldi andati in fumo. Non so se mi sono spiegato, figliolo: nemmeno io mi tengo gli ultimi biglietti. Lo hai detto tu stesso, no? ‘Per non rovinare la mia pace’. Proprio così: che la nostra pace non sia rovinata.”
Il vecchio bigliettaio, balzato in piedi con la flessibilità di un ramo verde, si era sollevato di colpo da dove era seduto.
"Va bene zio, dai, prenderò il biglietto."
"Tu mi hai capito male figliolo, io non ho raccontato la storia per vendere il biglietto.”
"No zio, davvero, lo voglio prendere."
“Niente biglietti per te, e stammi bene! E grazie per il tè, che ti sia reso merito "
"Non c’è di che."
L’anziano bigliettaio si era allontanato agitando tra le dita i tre ultimi biglietti rimasti. Il mio tè era diventato freddo e le cose da lui raccontate era come se si fossero sedute al mio tavolo insieme a Fehmi. Mentre il cameriere posava sul tavolo il mio nuovo tè:
"Te l’ha raccontata?"
"Cosa?"
"La sua storia."
" In che senso... La sua storia?"
" Ormai sono in pochissimi a conoscere la storia dello zio Fehmi, e di solito lui non la racconta mai."
"Ahhh, ecco…"
"Che rimanga tra noi: è stato lo zio Fehmi a pagare la festa di circoncisione di mio fratello..."
Mentre la mia meraviglia si mescolava alla malinconia di una bella storia, da davanti giungeva una voce:
"Ultimi bigliettiii!"
------------------------------
(1) I niyetler sono piccoli biglietti
della fortuna arrotolati o piegati che contengono brevi frasi augurali,
profezie popolari, proverbi o quartine di poesie. La variante più classica e
folkloristica prevede l'uso di un piccolo coniglio oppure di un pappagallino o canarino.
Il venditore posiziona una scatola piena di bigliettini colorati e l'animale,
addestrato, ne pesca uno con il becco o con il muso per consegnarlo al cliente.
Non si tratta di vera chiromanzia, ma di un intrattenimento leggero. I
biglietti offrono consigli di vita, incoraggiamenti amorosi o auspici di
ricchezza e felicità;
(2) una
chicca tenuta nel cassetto:
letteralmente un’informazione da dietro
l’orecchio; la metafora si basa su un'immagine concreta: quella
dell'artigiano, del falegname o dello scriba che tiene la matita (o una
sigaretta) infilata dietro l'orecchio per averla a portata di mano o conservata
per il momento opportuno;
(3) mangiare come l’oca di Agop: un'espressione idiomatica popolarissima in
Turchia: Agop'un kazı gibi
(letteralmente come l'oca di Agop). Si
usa quasi sempre associata ai verbi yemek
(mangiare) o gömmek (ingozzarsi / sotterrare il cibo) per descrivere chi mangia
o beve in modo insaziabile, trangugiando tutto ciò che ha davanti senza freno e
senza masticare; Agop (variante armena di Giacomo/Giacobbe) è il classico nome
maschile armeno, diffusissimo nella Istanbul cosmopolita di epoca ottomana. L’aneddoto
dell'epoca racconta di questo Agop che possedeva un'oca dalla voracità
mostruosa: qualunque cosa le venisse gettata davanti, che fosse grano, avanzi o
scarti, l'animale la mandava giù a imbuto senza fermarsi mai, finché c'era cibo
a disposizione;
(4) scatenarsi
dell’inferno:
letteralmente kızılca kıyamet ossia l’apocalisse rossa;
(5) çiftetelli:
un genere musicale
e un ballo festoso di coppia o di gruppo, diffusissimo sia in Turchia che nei
Balcani;
(6) halay: danza collettiva in catena o in cerchio per eccellenza dell'Anatolia;
(7) zılgıt: ululato
acuto di gioia, tipico delle celebrazioni popolari in Medio Oriente e Nord
Africa; viene prodotto emettendo un suono vocale molto acuto (“li-li-li-li-li!”)
e muovendo rapidamente la lingua da un lato all'altro contro il palato; è
tradizionalmente lanciato dalle donne per esprimere un'emozione irrefrenabile:
si fa durante i matrimoni, la notte del henné, per salutare i giovani
che partono per il servizio militare o, come nel nostro racconto, quando
qualcuno riceve una notizia clamorosa (come la vincita alla lotteria);
(8) conto prosciugato: letteralmente rame asciutto
sonante (takır kuru bakırmış), nel turco moderno è diventata la metafora
perfetta per descrivere portafogli, casseforti o conti bancari del tutto
prosciugati e spennati, dove non è rimasto letteralmente un centesimo;
(9) imponente:
la traduzione dell’espressione usata nel testo in turco è come una tonnara (dalyan gibi), perché l’immaginario popolare turco
associa alla suddetta struttura l’idea di una statura eretta ed imponente.
🐞




Commenti
Posta un commento