R#018 / UNA NOTTE / Bİ GECE
Racconto di Engin Akyürek
Pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.18 / Gennaio-Febbraio 2018:
(Contenuto in Sessizlik)
Avevo capito dalla sua risata che la persona seduta al tavolo di fronte era la mia ex ragazza. Non mi aveva visto; se mi avesse visto avrebbe tirato il freno a mano sul suo ghigno e non avrebbe lasciato ruzzolare la risata a rotta di collo giù per la discesa (1). Eravamo in un ristorante appariscente e la serietà che si respirava all'interno era nella messinscena di persone in grado di pagare un conto salato. Avrei dovuto filtrare i miei sguardi, dal momento che la mia attuale fidanzata da due mesi, seduta al tavolo proprio al mio fianco, avrebbe potuto capire la situazione con la tipica perspicacia femminile. Ero come a sostenere un esame su un argomento sul quale non ero pronto, in un momento in cui non ero pronto. Il profilo da uomo impeccabile che avevo disegnato fino a quel momento era stirato a dovere, come l’abito che indossavo. Dio ce ne scampi, una doppia piega avrebbe potuto rivelare la nudità che avevo dentro. Nella vita moderna cose del genere potevano accadere, ma a quel tavolo, in quel preciso istante, mi sentivo molto primitivo.
Quando la
mia ex aveva abbassato il tono della risata, le barricate formate dai suoi
improvvisi scoppi d'ilarità si erano dissolte e l'uomo seduto al suo fianco era diventato visibile.
La voce di lui sembrava occupare ogni spazio, stendendo una tela cerata di
plastica sull'intero locale. L'uomo accanto a lei, proprio di fronte a lei, rivestiva
il ruolo di fidanzato per esigenze di messa in scena. Entrambi avevano un
anello al dito, un piccolo rilievo sugli zigomi che ricordava un sorriso e una
disinvolta possessività nel modo di stare seduti. L'uomo di fronte a me stava come
un punto di riferimento tra il mio passato e il mio futuro. Se prima d'ora
avessi usato un pensiero così assurdo in una frase, mi sarei riso dietro a
crepapelle (2).
Non c'era proprio niente da ridere: avevo una nuova storia, il mio umore era a
posto, i punti interrogativi non avevano ancora intaccato la mia relazione.
Se mi
fossi alzato e me ne fossi andato, se avessi ascoltato le tarme che mi
gorgogliavano nella pancia, se avessi chiesto il conto, ogni cosa sarebbe
andata al suo posto, sarebbe stata sepolta nel passato. Una situazione assurda
aveva preso possesso di tutto il mio corpo, e un senso di curiosità che non
riuscivo a definire aveva stretto un’alleanza con il tavolo al quale ero
seduto. Non volevo parlare con me stesso; la mia mente voleva alzarsi,
andarsene, porre fine a quella situazione con una scusa qualsiasi.
Il sorriso
di cartongesso che mi ero messo sulla faccia non sembrava affatto credibile.
Lo stupido
sorriso sulla mia faccia, con una modalità simile al ritorno dell'assassino
sulla scena del crimine, mostrava come uno specchio la mia colpa. C'erano di
mezzo una storia d'amore rimasta a metà o una frase non detta? L'uomo a volte
non riesce a far scrivere alla stampante dentro di sé ciò che sente. Immagini e
frasi di cui non ricordavo nemmeno l'esistenza schizzavano fuori da un luogo in
cui non sapevo nemmeno dove fossero nascoste. Tra
di loro, così come c'erano frasi che non avrei avuto il coraggio di leggere,
c'erano anche fotografie che, man mano che salivano in superficie, mi
accarezzavano l’anima.
Il rosso
della mia carne poco cotta mi era salito in viso, la mia faccia era diventata
rossa rossa come le guance dei ragazzi adolescenti. La mia fidanzata doveva
aver percepito l'agitazione che si rifletteva sul mio corpo, perché mi chiese:
"Amore
mio, stai bene?"
"Sto
bene."
"Uhm...
Non sei solito mangiare il cibo così velocemente."
"Mi
era venuta fame."
Non ero
consapevole del fatto che stessi mangiando in fretta. Per me, avevo bevuto un
bicchiere d'acqua e messo in bocca un piccolo bocconcino di carne.
Anche la
mia ex fidanzata che sbirciavo con la coda dell’occhio stava mangiando carne. Le
piace ben cotta; quando non lo riteneva necessario non mangiava carne e si
saziava con le verdure. Dato che oggi mangiava carne, si era alzata presto la
mattina, aveva fatto sport, aveva avuto una giornata intensa. Non è ancora
riuscita a diventare vegana: aveva rimandato le cose ancora una volta. Anche se
il tempo cambia molte cose, non riusciva a cambiare i nostri punti di contatto.
Mentre la mia ex fidanzata tagliava la sua carne ben cotta, era come se mi
staccasse i polpacci, e man mano che masticava la carne nella sua bocca, ciò
che veniva masticato, come non fosse la carne, ma il mio cuore, si ammorbidiva
come una gomma da masticare. Poiché mi ero
avvalso del diritto di rispondere a una domanda con un'altra domanda, avevo
deciso di costruire frasi ordinarie:
“La carne
a quanto pare è molto buona.”
“Stai bene?”
“Ti do un
pezzo di carne?”
“Io non
mangio carne, non lo sai?”
In realtà
in quel momento, a quel tavolo, non c'era granché che io sapessi. Avevo
dimenticato anche le cose che sapevo, e avevo capito che d'ora in poi alcune
cose non avrebbero potuto essere come prima. Se non avessi incontrato la mia ex
fidanzata, forse la vita avrebbe eliminato le domande che mi avrebbe posto, e
avrebbe aspettato l’esame successivo. Non c'era neanche bisogno che la vita mi
facesse delle domande. Le risposte alle domande che non riuscivo a pormi
sembravano trovarsi proprio di fronte a me, a due tavoli di distanza. Non so se
fossi felice al tavolo dove ero seduto, ma la serenità della mia ex fidanzata mi
faceva sentire che avrei dovuto essere infelice. Che razza di creatura di fil
di ferro era l'uomo, tanto che persino nei momenti più banali poteva ritrovarsi
arrugginito e umido come se preso da un ferrivecchi…
Era
impossibile che la mia ex fidanzata non mi vedesse. Ero proprio di fronte a
lei, in un'angolazione che arrivava dritta alla sua retina. A differenza di me,
però, lei sapeva gestire la situazione e, con un intuito tutto femminile,
riusciva a trascinare quella distanza di due soli tavoli verso terre lontane
dagli sguardi.
Prima di
passare all'ordinazione del dolce, la mia ex si era incamminata verso il bagno,
attraversando i tavoli quasi al rallentatore. Una brezza aveva lambito al volo
il mio viso, come se avesse accarezzato i miei capelli con le sue mani. L'acqua
che avevo bevuto poco prima rimaneva umida umida sulle mie labbra. Man mano che
la luce sopra la mia testa mi colpiva il viso, l'umidità nella mia bocca
sembrava il rigurgito sul bavaglino di un neonato. Avevo scolato l'acqua tutta
d'un fiato, comportandomi come un carovaniere che avvista l'acqua nel deserto.
Avevo
asciugato l'umidità della mia bocca con il tovagliolo spesso come una tovaglia,
e nell’alzarmi in piedi avevo fatto sparire il tovagliolo nella mia mano. Mi
ero alzato dal tavolo e avevo iniziato a camminare lentamente. Ma che davvero, le
sarei andato dietro fino in bagno? Tutti i miei scrupoli morali mi si erano
parati davanti nel giro di dieci passi. Nell’alzarmi dal tavolo di scatto,
avevo anche afferrato il mio telefono. Facendo la prima cosa che mi era venuta
in mente, prima di arrivare al bagno avevo finto di parlare al cellulare. Da
lontano sembravo molto comico, da vicino proprio un imbranato.
Seppure
per finta, comportarsi come se si stesse parlando al telefono era molto
difficile. I camerieri che mi sfrecciavano a destra e a sinistra mi guardavano
sorridendo a denti stretti come se avessero scoperto la mia bugia. Per non
tradirmi ulteriormente, ogni tanto dicevo ‘ah-ah’, ‘hmmm’ con il tono di chi sta ascoltando
dall’altra parte. E intanto, senza perdere quell'aria seria, sbirciavo in
direzione del punto in cui si era diretta la mia ex fidanzata.
Quando la
mia ex uscì dal bagno, il ticchettio dei suoi tacchi aveva azionato il pulsante
d’allarme dentro di me. Mi ero voltato non solo con la testa, ma con ogni
singola cellula del mio corpo. Era uno di quei momenti in cui i suoi istinti
femminili non le sarebbero serviti a nulla, e dai quali non avrebbe potuto
scappare... Nel giro di un quarto di secondo ci eravamo fissati l’un l’altro,
avevamo taciuto; avresti pensato che avevamo mangiato e avevamo bevuto insieme.
Aveva l’aria di chi non voleva fermare il tempo. Non voleva creare un nuovo
momento, un nuovo intervallo di tempo.
Dal modo
in cui si sistemava i capelli non sapendo dove mettere le mani, da come
trascinava il corpo come se avesse lasciato l'anima al guardaroba, capivo solo
una cosa: voleva andarsene. Non badate al fatto che mi sia dilungato (3) nel racconto: prima ancora di riuscire a dare un
senso a quel singolo secondo, mi era già sfilata accanto come un soffio di
vento. Mentre tornava verso il suo tavolo, il rumore delle sue scarpe mi si
piantava nel cervello come uno scalpello.
Mi ero
fiondato fuori dal ristorante. La cosa di cui avevo bisogno era aria pulita.
Volevo dissolvere la sciocchezza che avevo fatto poco prima insieme all'aria
che inspiravo, volevo solo nascondermi dietro qualcosa e rimanermene lì per un
po'.
Il
parcheggiatore che stava fumando una sigaretta davanti a me, aveva un'aria così
beata che gli avrei spaccato la faccia volentieri. Le ragioni nascoste dietro
una rabbia ingiustificata potevano essere davvero tragicomiche.
“Mi
daresti una sigaretta?”
“Certo,
fratello.”
Come se stesse
aspettando solo quel momento, il parcheggiatore si era infilato in bocca la
sigaretta che aveva sfilato dalla sua tasca. Non avendo potuto trovare del
fuoco, aveva acceso facendo baciare la sua sigaretta con la sigaretta che
avrebbe dato a me. (4)
“Spero non
ti faccia schifo...”
Mentre
diceva ‘spero non ti faccia schifo’, mi aveva infilato in bocca la sigaretta
che aveva asciugato con la punta delle dita.
“Non mi fa
schifo, non mi fa schifo.”
Prima che
il gelo della notte mi sbucciasse internamente fino a ridurmi a una cipolla (5),
avrei fumato la sigaretta e sarei rientrato. La neve aveva iniziato a scendere
lentamente.
Sembrava
che sulle auto fosse stato sparso dello zucchero a velo. Una scenografia del
genere si addiceva perfettamente a una notte come quella.
“Posso
averne una anch’io?”
“Certo,
sorella.”
Anche la
mia ex era uscita; prima ancora di tornare al suo tavolo, mi aveva seguito
fuori. Mentre il parcheggiatore stava per accendere con la sua anche la sigaretta
della mia ex facendole baciare, gli avevo preso la sigaretta dalla mano e
l'avevo accesa io con le mie stesse labbra. Non volevo che il parcheggiatore le
facesse quella stessa domanda finendo per disgustarla. Io, la mia ex e il
parcheggiatore fumavamo senza parlare.
Il fumo che soffiavamo creava un’immagine buffa. La mia ex fidanzata
guardando la sua sigaretta macchiata di rossetto:
“Hai
iniziato a fumare.”
“Fumo per
la prima volta. Cof cof... Ma tu hai iniziato... Cof cof…” (6)
“Anch'io fumo
per la prima volta, cof cof...”
Tossivamo
a vicenda, ascoltando le diverse tonalità emesse da una voce maschile e una
femminile. Il suono di quella tosse definiva il nostro passato. Il
parcheggiatore non tossiva: poiché aveva già fatto conoscere alle proprie
cellule il fumo che aspirava, poteva espellerlo tranquillamente tra i suoi
denti ingialliti. Non volevo che la sigaretta finisse. Se non mi fossi vergognato,
avrei potuto chiederne un'altra al parcheggiatore. Per
un attimo io e la mia ex ci eravamo guardati negli occhi e nel soffiarci il
fumo della sigaretta sulle labbra l’uno dell’altra, era come se stessimo per
baciarci…
“28 in
arrivooo...”
La voce del
parcheggiatore aveva rovinato la nostra atmosfera fumosa, la mia ex fidanzata era
rientrata di corsa. Questa volta volevo davvero spaccare la faccia a quel parcheggiatore.
E poi quella rabbia non era immotivata: era proprio di quel tipo che ti farebbe
ottenere lo sconto di pena per provocazione.
La
sigaretta che avevo in mano aveva perso ogni significato; il suo odore mi impregnava
il corpo dalla testa ai piedi. Il telefono squillava insistentemente e la mia
attuale ragazza, che mi aspettava al tavolo dentro, mi stava facendo la quinta
chiamata senza risposta.
Con il
telefono in mano, il completo addosso, un'aura fumosa nei miei capelli mi ero
avviato verso i tavoli. Una volta rientrato, sul mio viso era comparsa un'espressione
che le parole non riuscirebbero a descrivere. Al mio tavolo, proprio sulla mia
sedia, sedevano la mia ex insieme al suo fidanzato, come se fossero venuti in
visita per le feste di Bayram. (7) In
momenti simili il cervello, al contrario dei recettori visivi, non riesce a
reagire all'istante.
Che ci
facevano al mio tavolo la mia ragazza, la mia ex e quell’uomo di cui non
conoscevo nemmeno il nome? Mentre mi avvicinavo al tavolo potevo sentire il
rumore della mia inquietudine. La mia fidanzata vedendomi arrivare, si alzò in
piedi:
“Amore,
vieni vieni! Guarda, questo è Ümit, un mio amico dell'università, era da
tantissimo che non ci vedevamo. E questa è la sua promessa sposa, scusami, ho
dimenticato il tuo nome...”
“Ciao.”
“Nel fine
settimana si sposano; ci andiamo amore mio, non è vero?”
Cercando
di scacciare con un respiro il sapore di sigaretta che mi era rimasto incrostato
in gola:
“Cof
cof... Sì, ci andiamo.”
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(1) ruzzolare
la risata a rotta di collo giù per la discesa: l’espressione gülüşünü bayır aşağı
yuvarlamazdı, in turco serve a descrivere quella risata contagiosa,
fragorosa e del tutto incontrollata che esplode quando ci si sente liberi da
qualsiasi etichetta sociale;
(2) a crepapelle: la traduzione letterale è con le mie carni molli;
(3) dilungato: nel testo originale il concetto viene espresso dalla
ripetizione dell’aggettivo (uzun uzun, traducibile
con lungo lungo) cosa che accade con
una certa frequenza nella narrazione; il motivo è che in turco, ripetere due
volte la stessa parola (o due parole simili) non è considerato una svista o una
ripetizione inutile come in italiano, ma una regola precisa per arricchire il
significato; si tratta infatti di uno dei meccanismi grammaticali e stilistici
più importanti del turco, chiamato ikileme;
(4) facendo
baciare le sigarette:
in turco l'espressione sigaraları
öpüştürmek (far baciare le sigarette)
è un modo di dire colloquiale e figurato estremamente diffuso. Descrive
proprio il gesto quotidiano di accendere una sigaretta nuova usando la brace di
un'altra già accesa, facendone toccare le due punte incandescenti ‘bocca a
bocca’;
(5) L'espressione originale soyup soğana çevirmek, letteralmente sbucciare fino a ridurre a una cipolla è uno dei modi di dire più comuni e coloriti del turco. Nel linguaggio quotidiano significa ‘spennare’, ‘svaligiare’ o ‘lasciare qualcuno in mutande’ (riferito di solito a ladri, truffatori o prezzi esorbitanti che ti prosciugano le tasche). L'idea è quella di qualcuno che ti spoglia di tutto, strato dopo strato, finché non ti rimane addosso nulla, proprio come una cipolla sbucciata. Il freddo pungente viene personificato come una forza che penetra nei vestiti e ‘sbuccia’ il calore corporeo del protagonista strato dopo strato, minacciando di lasciarlo letteralmente congelato e messo a nudo nel profondo;
(6) Cof
cof: è la
trascrizione del rumore di due colpi di tosse;
(7) feste
di Bayram: In
Turchia la parola Bayram significa letteralmente festa o ricorrenza. Nel
linguaggio quotidiano, quando si parla di Bayram ci si riferisce in particolare
alle due festività religiose islamiche principali:
- Ramazan Bayramı (Festa della rottura del digiuno / Eid al-Fitr): Celebra la fine del mese sacro del Ramadan. È chiamata popolarmente anche Şeker Bayramı ("Festa dello Zucchero") perché è tradizione offrire dolci, baklava, caramelle e cioccolatini agli ospiti.
- Kurban Bayramı (Festa del Sacrificio / Eid al-Adha): Cade circa due mesi dopo ed è la festa più solenne del calendario islamico, legata al sacrificio e alla condivisione del cibo con i bisognosi, i vicini e i familiari.
Esistono anche le Milli Bayramlar, cioè le feste nazionali laiche come la Festa della Repubblica del 29 ottobre o la Festa dei Bambini del 23 aprile, ma nel linguaggio sociale il concetto di visita fa capo alle sole festività religiose.
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