R#017 / PER ME È SEFA / BENCE SEFA

 

Racconto di Engin Akyürek
Pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.17 / Novembre-Dicembre 2017:

(Contenuto in Sessizlik)

Mi fissava sfacciatamente negli occhi. La sua sfacciataggine non aveva nulla a che fare con il percorso temporale della nostra relazione. Nei suoi momenti di insolenza mi fissava, si prendeva gioco di me e non adempiva mai ai suoi doveri di gatto. Non dite: ‘Ma i gatti hanno dei doveri?’. Sapete, no? Quella cosa per cui si fa accarezzare un po', dice ‘miao’ per finta e instilla un senso di colpa, anche se solo per gioco... Ecco, intendo quello.

Ci sono cose, frasi che riassumono ogni relazione. Il riassunto della nostra era un gatto...

Ricordo benissimo la data in cui il gatto, cioè, il nostro gatto, è arrivato a casa per la prima volta. Come potrei dimenticarlo? Era la seconda settimana della nostra storia, il primo giorno dei giorni che avremmo potuto vivere insieme. La mia ragazza si era trasferita da me con la valigia, lo spazzolino da denti e un gattino appena preso, mettendo del lievito in polvere nella nostra relazione. Gli innamorati facevano cose del genere; era un po' come i gatti che lasciano il proprio odore ovunque.

Quando ci eravamo guardati negli occhi per la prima volta in soggiorno, spinto dai suoi sentimenti felini mi aveva detto ‘mrrr’, aveva fatto una capriola di gioia e mi aveva offerto il suo unico spettacolo, un'esibizione che non avrebbe ripetuto mai più.

“Amore, come si chiama il gatto?”

“Volevo che scegliessimo il suo nome insieme.”

In realtà, se la razza del gatto è un soriano, i nomi da dargli sono abbastanza scontati...

“Come lo chiamiamo il nostro gatto?”

La mia indole incline ad attendere si era manifestata anche in quell'occasione.

«Secondo me dovremmo aspettare, vediamo che carattere ha e poi gli diamo un nome di conseguenza.»

“Per me si chiama Ceviz (1).”

“Ceviz? Ma che razza di nome è Ceviz per un gatto?”

“Sì. Sai quanto mi piacciono le noci!”

Un gatto era entrato in casa mia, si era strusciato sul mio divano, sui miei libri. E mentre mi si diceva 'decidiamo il nome insieme', mi era stato messo davanti un copione già scritto. E poi a me le noci non piacciono nemmeno, mi fanno venire le afte in bocca... Ceviz di qua, Ceviz di là, ormai la nostra era diventata una vita a tre. Quando venne fuori il vero carattere di Ceviz, quando vidi lo sfaticato (2) che c'era in lui, capii che per lui ‘Ceviz’ non era un nome adatto.

“Ceviz, vieni tesoro mio.”

“Mrrr...”

Aveva improntato la sua esistenza sul consumare meno energia possibile, darsi delle arie e non degnare di uno sguardo chi aveva davanti. Era la sua natura oppure ero io tutto il suo affanno e la sua preoccupazione? Eppure, quando era arrivato, avevo pensato che mi volesse bene e che avrebbe aggiunto un po' di colore in casa.

“Amore, chiamiamolo Sefa.” (3)

“Come?”

“Sefa!”

“Sefa?
Ma che nome è Sefa per un gatto?”

Era il nome più bello che gli si potesse dare.
E poi, se Ceviz andava bene, poteva andar bene anche Sefa. Non volevo essere come quei genitori che danno nomi assurdi ai loro figli. Sefa era un nome che avrebbe portato con orgoglio. Con la sua anima, la sua coda, le sue zampe, se lo meritava tutto quel nome. Ogni volta che lo chiamavo Sefa faceva finta di guardarmi e poi, come a dire ‘ci vediamo dopo’,girava il suo bel culetto da soriano e se ne andava.

La relazione con la mia ragazza era in infusione, e più riposava più diventava aspra, lasciandomi in bocca un sapore di rame grezzo. Sefa assisteva a tutto questo e, guardando di nascosto con i suoi occhietti velati, già prefigurava la fine della storia. In casa mia ormai vivevo da ospite, con un gatto a far da padrone di casa. Il mio divano, il mio letto, ogni angolo della casa era suo. Solo quando si degnava, a forza di suppliche, di alzare il suo regal didietro, riuscivo a ritagliarmi uno spazio per vivere.

La relazione con la mia ragazza, d'altronde, aveva ormai perso ogni sapore, trasformandosi in un tè stantio bevuto dopo un cibo cattivo.

“Ceviz!”

“Sefaa!”

“Ceviz!”

Non voglio raccontare i nostri litigi, perché la questione non era né Ceviz né Sefa. Stavamo vivendo i minuti di recupero di una relazione ormai terminata. Avevamo trovato il modo di farci del male a vicenda e, che fosse Sefa o Ceviz, avevamo creato solo un gran cumulo di parole privo di sostanza.

“Ceviz.”

“Sefaaa.”

*   *   *

Si dice che ogni relazione sia condannata a finire, e anche la nostra era finita: la mia ragazza aveva preso la sua valigia, il suo spazzolino da denti e se n'era andata. Sefa era rimasto lì, dicendo ‘mrrr’, dietro la porta che si chiudeva...

“Mrrr.”

Avevo fatto avvisare amici e parenti della mia ragazza, cioè, della mia ex, di venire a prendersi Sefa. Non si era più fatta viva, né aveva fatto avere notizie. Sefa, con i suoi occhi colorati che mi prendevano in giro, mi rideva da sotto i baffi.

“Cosa ridi?”

“Mrrr.”

La casa si era fatta silenziosa, e cominciavo a sentire chiaramente di essere soltanto un ospite a casa di Sefa. Convivevamo da sei mesi, ma il rapporto tra me e Sefa non era andato oltre il mio dargli il suo cibo e la sua acqua.

“Non mi vuoi bene?”

“Mrrr.”

“Va bene, va bene.”

“Mrrrrrrrr.”

Come dicevo, piantandomi gli occhi addosso mi guardava sfacciatamente. Il silenzio creato dalla fine di una relazione veniva spezzato dal rumore snervante delle zampe di Sefa sul parquet. Sefa era come il riassunto della nostra relazione. Mentre gli davo da mangiare ricordavo i nostri litigi; quando mi rosicchiava i libri, i nostri giorni pieni di risate.

Ho aspettato, ho aspettato tre mesi precisi. Non so se Sefa abbia aspettato. Nelle notti in cui non riuscivo a dormire, lui dormiva russando beatamente (4). Nelle ore in cui mi rattristavo, lui si leccava e si lavava da cima a fondo; e quando volevo parlare, mi rispondeva ‘mrrr’.

Il tempo è volato via, Sefa è cresciuto e si è intestato l'atto di proprietà della casa...

Una notte in cui mi sentivo soffocare, sopraffatto dall'ansia, avevo schiaffato Sefa in macchina e l'avevo lasciato in un altro quartiere, in un posto dove potesse vivere in pace. L'avevo nutrito, cresciuto, gli avevo dato un nome... cos'altro potevo fare… Anche se mi era passato per la testa di darlo a conoscenti o amici cari, la sola presenza del suo nome, la sua vicinanza, avrebbe riaperto il fascicolo dei ricordi nella mia memoria, congelando un periodo che cercavo di dimenticare. Era meglio non sapere dove fosse.

La notte in cui avevo lasciato Sefa ero rientrato a casa tardi, avevo fatto una doccia, mi ero calmato, mi ero buttato sul letto. Volevo iniziare la mia nuova vita con il sonno. Nel momento più vulnerabile del sonno, qualcosa mi aveva svegliato. Come se mi avessero sussurrato qualcosa all'orecchio. Mi ero vestito in fretta ed ero uscito in strada.

Il sussurro che sentivo nell'orecchio era la mia stessa voce. La mia voce era scesa giù dall'orecchio e, tra il mio cuore e la mia pancia, si era trovato nuovi amici. Gridavano che non avevo mai amato Sefa, che avevo solo fatto finta di amarlo. Anzi, andando persino oltre, urlavano scalpitando che mi ero calato nel ruolo dell’uomo che ama i gatti solo perché lo voleva la mia ragazza. Non so chi fossero né quale fosse il loro scopo. Da che ho memoria, se ne stavano lì a parlare dentro di me, ora da una parte ora dall’altra.

Che non avessi mai amato Sefa e che avessi solo finto, in realtà era vero. Del resto, questi chiacchieroni dentro di me di solito dicevano la verità. Non avevo mai amato Sefa e avevo voluto che ad amarmi fosse lui. Non c’è bisogno di chissà quali grandi frasi. A volte un gatto può permetterci di scoprire qualcosa sulla vita.

Ero arrivato nella strada dove avevo lasciato Sefa. Ero sceso dall'auto e mi ero incamminato verso il punto in cui lo avevo abbandonato. Potevo anche non trovarlo. Non era abituato alla strada, e i cani randagi rappresentavano un enorme pericolo per lui. Più ci pensavo, più la mia coscienza smetteva di essere tale e mi spaccava a pugni bocca e naso.

Arrivato accanto ai grandi cassonetti dell'immondizia, avevo visto Sefa. Se ne stava lì con le zampe accavallate e, come per intendere ‘dove sei stato finora?’, aveva detto ‘mur’. Nell'espressione sul suo viso c'era lo scintillio delle persone sagge che hanno leccato e inghiottito la vita. Sapeva che sarei venuto e, dal primo momento in cui i nostri occhi si erano incontrati, aveva capito che non gli volevo bene. Io non avevo capito niene, avevo buttato la vita in fallo laterale con piccoli passaggi al volo.

Quando siamo tornati a casa, qualcosa era ormai cambiato. Mi ero del tutto abituato a Sefa; promosso da semplice ospite, mi ero riappropriato della mia stanza. C'era ormai un patto sancito solo dai nostri sguardi. Ci volevamo bene e non stavamo più fingendo di volercene. Sefa cresceva; il blocco di ciccia morbida dietro la coda superava la grandezza della sua testa, rendendo davvero onore al suo nome.

Dimenticata la mia storia finita, mi ero affezionato a Sefa. La vita era più colorata, i membri della claque dentro di me più silenziosi, e Sefa decisamente più cicciottello. Il mio umore era a posto, non accumulavo i miei sorrisi, ma li spendevo sconsideratamente. Era come se qualcuno avesse reso più luminosi i colori delle nuvole, delle strade, della gente. Tutto brillava. C'era forse un colore dato dalla capacità di dimenticare alcune cose...

*   *   *

Immaginate di stare mangiando del buon cibo con dei cari amici, immaginate che il vostro sorriso riempia l'intero locale e continuate a immaginarlo. Che cosa fareste se proprio nel momento per voi più piacevole, vi chiamasse la vostra ex? Lasciate che ve lo dica subito: avrei continuato a sorridere, avrei lasciato squillare il telefono ancora un paio di volte e, congelando quel medesimo sorriso, mi sarei allontanato facendo capire ai commensali che la chiamata non aveva alcuna importanza. Mi sarei schiarito la voce, senza dimenticare di impostare un tono leggermente distaccato. Quando l’umore di un uomo è a posto e la vita va per il verso giusto, i ruoli si ribaltano. Se la tua ex ti chiama a quest'ora, o è giù di morale o mormorerà che le manchi da morire. Non fate caso a quello che dico: davanti alla realtà, descrizioni così piene di ego risultavano soltanto una messinscena. Mi sudavano le mani, la voce mi si era appannata e il non sapere cosa dire mi spaventava.

“Mh, pronto.”

“Pronto. Scusami se ti disturbo a quest'ora. ”

“Non importa.”

“Scusami. So che non abbiamo potuto parlare per niente. Io mi chiedevo di Ceviz...”

“...”

Mi aveva chiamato dopo un anno intero, senza neanche chiedermi come stessi; proprio in un momento in cui tutto andava per il verso giusto, le era venuto in mente il suo gatto.

“Ceviz è ancora da te, vero? Mi manca tanto, mi chiedevo se per caso potessi vederlo uno di questi giorni?”

“Pronto... Pronto, ci sei? ”

Ero rimasto in silenzio, incapace di formulare una frase.

“Pronto, sei lì?”

Nel riattaccare il telefono, c'era stata un'unica frase che ero riuscito a formulare:

“Per me è Sefa...”


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(1) Ceviz: significa noce;

(2) sfaticato: nel testo originale, Yan gel yat Osman significa Osman stai sdraiato di fianco. Si tratta di un’espressione idiomatica turca usata per descrivere uno sfaticato cronico o un pigrone. L'espressione nasce dalla tradizione orale e dalla cultura popolare turca, dove il nome Osman non si riferisce a un personaggio storico specifico, ma viene usato come una tipologia di umano generico, un po' come Pierino o Pinco Pallino in italiano;

(3) Sefa: in turco (con origine dall'arabo ṣafā’), Sefa significa piacere, serenità, comodità, spensieratezza o pace della mente. Indica proprio lo stato d'animo di chi si gode la vita senza affanni, in totale relax e agio.

(4) russando beatamente: nel testo originale le parole usate sono o fosur fosur uyudu che significa letteralmente lui dormiva fosur fosur, espressione onomatopeica che riproduce il respiro ritmico e profondo.


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