R#016 / CIAO / MERHABA
Racconto di Engin Akyürek
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.16 / Settembre-Ottobre 2017:
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.16 / Settembre-Ottobre 2017:
(contenuto in Sessizlik)
Quando uscivo di casa, tenevo
d’occhio la cassetta della posta. Erano ormai sei mesi che la mia amica di
penna, con cui mi scrivevo da vent’anni, non mi rispondeva. C’erano
un’abitudine lunga vent’anni, una storia lunga vent’anni. La mia amica di penna
era stata testimone degli avvenimenti più importanti della mia storia
personale, ed era la destinataria di migliaia di parole e frasi che non
riuscivo a raccontare nemmeno a me stesso.
Vent’anni prima ci eravamo
incrociati per caso durante un progetto scolastico e, con le nostre parole,
avevamo compresso su un foglio bianco i cinquecento chilometri di distanza che
ci separavano. Il nostro professore di lettere aveva agitato il sacchetto che
teneva in mano come se stesse estraendo i numeri della tombola, trovando per ognuno
di noi un compagno di penna. A tutti noi sembrava un’attività stupida, faticosa
e inutile. Per me, mandare lettere non era mai andato oltre lo scrivere ‘Buon Anno’
sul retro delle cartoline coi
brillantini di Babbo Natale per Capodanno. Tutta la classe, sbuffando,
nell’ultima mezz’ora di lezione aveva scritto una lettera a qualcuno che non
conosceva. Cosa mai si può scrivere a una persona che non si conosce? Scrivi ‘ciao’,
scrivi ‘come stai?’, metti un punto, aspetti, rifletti, e poi racconti qualcosa
di te... In quelle due pagine di lettera avevo raccontato me stesso. Avevo
capito quanto fosse difficile scrivere qualcosa a qualcuno senza sapere chi
fosse. In classe ognuno aveva scarabocchiato qualcosa. C’era chi aveva concluso
il lavoro con mezza pagina e chi, invece, aveva scritto per filo e per segno il
resoconto della partita Beşiktaş-Fenerbahçe. Era importante che scrivessimo rispettando
le regole. Il contenuto era passato in secondo piano. Dovevamo tracciare linee con
il righello su chissà quale porzione del foglio per creare un'impaginazione
quasi architettonica. Poiché non ho mai sopportato questo tipo di regole, mi
ero annoiato enormemente nel farlo. Tutto ciò che potesse far passare a una
persona la voglia di scrivere era stato racchiuso in quel compito. Avevamo
infilato le lettere che avevamo scritto nelle buste, scritto l'indirizzo
fornito dall’insegnante e, recandoci tutti insieme all’ufficio postale, avevamo
spedito le lettere a turno, come se fossimo andati a votare. Ci sono stati
momenti in cui ho invidiato la tecnologia di oggi: se alla posta avessimo
potuto scattarci un selfie di gruppo mentre tutta la classe leccava e incollava
i francobolli con piacere, sarebbe stato fantastico.
Iniziava con un ‘Ciao’. Non si era soffermata sul mio essermi raccontato e, senza descrivere se stessa, era riuscita a rendersi presente nella mia stanza con le sue frasi. Non sapevo se fosse un suo talento naturale o se chiunque avesse un buon rapporto con le parole potesse suscitare un'emozione simile. Avevo ripensato per giorni alle sue frasi, alla sincerità di ciò che aveva scritto. Immaginare qualcuno che non si conosce attraverso le sue stesse parole mi era parso affascinante. Ero curioso di sapere come fossero i suoi occhi, la sua voce, il riscontro dei verbi usati come predicati nella sua vita reale.
Senza perdere tempo, presi un pacchetto di fogli bianchi in cartoleria, mi misi a sedere e iniziai a scrivere:
‘Ciao.’
Avevo scritto con entusiasmo e, senza parlare direttamente di me, le avevo regalato centinaia di parole che mi riguardavano. Condividere le mie frasi, trasformare in parole le immagini che vedevo mi aveva fatto bene. Le stanze segrete della mia anima si erano aperte, nuove porte si erano unite a nuovi corridoi. Più le scrivevo, più imparavo a conoscermi, stringendo un legame profondo con quel mio nuovo "io". Più scrivevo, più mi sentivo umano, più sentivo di essere davvero me stesso. A volte si condivide un pezzo di pane, un dolore, altre volte invece il significato che si cela dietro una frase... Non contava chi fossimo, erano le nostre frasi a raccontare tutto. Con il passare del tempo, le nostre frasi avevano cominciato a completarsi a vicenda. Avevamo fatto un patto: non ci saremmo mai mandati le nostre foto. La tecnologia sarebbe andata avanti, internet sarebbe diventato una banca dati di informazioni personali, ma non ci saremmo cercati lì dentro e, pur volendo, non ci saremmo trovati. Entrambi avevamo tra le mani solo un indirizzo, un nome, un cognome e, cosa più preziosa di tutte, le nostre frasi.
Il liceo era finito, l'università era iniziata, nella nostra vita erano entrate nuove persone, nuove emozioni. Desiderare di incontrarsi in un bar per bere un tè avrebbe significato buttare nella spazzatura tutte le frasi che avevamo costruito. Forse eravamo entrambi degli impostori; avevamo interpretato l’uno per l’altra il ruolo di qualcuno che non eravamo. Avrei potuto scriverle le frasi di un uomo che avrei voluto essere... Proprio come le coppie sposate da cinquant'anni finiscono per assomigliarsi dopo una vita vissuta insieme, anche le nostre frasi si somigliavano tra loro. Sapere che a cinquecento chilometri di distanza c'era qualcuno simile a me mi faceva sentire che non ero più solo. L'essere umano non era una creatura solitaria, non doveva esserlo: questo lo avevo percepito vent'anni prima, leggendo quella prima lettera. Sia benedetto il mio insegnante di letteratura: mi aveva donato qualcosa di molto più speciale di quello che ci aveva insegnato a scuola. Non ricordo se quelli della classe avessero scritto la seconda lettera, ma la mia fortuna era stata il sorteggio fatto dall'insegnante.
Uscendo di casa, il mio sguardo era di nuovo sulla cassetta delle lettere. Perché non aveva scritto? Non volevo pormi questa domanda. In un'agenda che tenevo da parte avevo annotato le date delle lettere che mi aveva spedito: la risposta arrivava al massimo entro due o tre mesi. Oltre alle ultime tre lettere che le avevo scritto, ne avevo scritta e spedita un'altra ancora. Se avesse cambiato indirizzo, me lo avrebbe fatto sapere subito. Si era sposata cinque anni prima e aveva divorziato poco tempo dopo. Persino quando si era sposata eravamo riusciti a scambiarci delle lettere. Non sapevo se suo marito avesse visto ciò che ci scrivevamo, né se fosse stato geloso. Lei non me lo aveva mai fatto capire. Se il suo ex marito avesse letto le nostre lettere, avrebbe visto il tentativo di due persone per bene di diventare persone ancora migliori. Forse si era sposata un'altra volta. Suo marito era geloso e aveva letto ciò che ci eravamo scritti. Non volendo diventare l’argomento principale di episodi di violenza domestica, avevo scacciato dalla testa questi pensieri assurdi.
Uscendo di casa, il mio sguardo era ancora una volta alla cassetta delle lettere. Non volevo andare in giro con la testa piena di domande. Con una rapidità inaspettata persino per me, avevo elaborato un piano. La mia amica di penna viveva a İzmir (1); per vent'anni non avevamo accorciato i cinquecento chilometri tra di noi. Avrei organizzato una piccola vacanza e l'avrei trasformata nella copertura del mio vero piano. Avevo in mano un indirizzo e un nome e cognome della cui autenticità non potevo essere sicuro. A İzmir mi ero sistemato in un albergo vicino a quell'indirizzo. Per soffocare l'agitazione dentro di me, recitavo persino a me stesso la parte di quello venuto semplicemente in vacanza. Mi sentivo come un agente sulle tracce di un'organizzazione segreta... Il cappello di paglia sulla mia testa e i miei pantaloncini nascondevano l'investigatore che era in me. Avevo passato tutta la giornata a provare quello che avrei detto quando me la fossi trovata davanti. Incastrata tra il cuore e la lingua, la mia agitazione mi provocava un senso di pentimento ogni volta che deglutivo. Forse dovevo tornare indietro, non sarei dovuto venire affatto. Se il non sapere non implicava ignoranza, in fondo era una cosa bella. Prometteva una felicità pura.
Non conoscendo la sua faccia, non avrei potuto capire quanto il suo viso fosse cambiato, né quanto si fossero accentuate le rughe sotto i suoi occhi. Nonostante avessi digitato il suo nome più volte su internet, a parte il suo lavoro non avevo potuto trovare né una foto né alcuna informazione dettagliata. Non poteva essere svanita nel nulla all'improvviso, come se non fosse mai esistita.
Le domande che avevo fatto al negoziante, al fruttivendolo, all'agente immobiliare del quartiere non avevano avuto una risposta. Dopo una settimana ero tornato a casa. Il mio sguardo era rivolto di nuovo alla cassetta delle lettere. Mentre pensavo che avrei dovuto mettere definitivamente la parola fine a questa storia dentro di me, incastrato nella porta, proprio vicino alla serratura, c’era un foglietto bianco:
‘Ciao... Io sono la tua amica di penna... È da una settimana che passo ogni giorno, ma non sono riuscita a trovarti. Lo so, sono sei mesi che non ti scrivo. Ho cambiato indirizzo di casa. Se questa domenica sei libero, vediamoci in quel bar che ti piaceva tanto. Spero che accetterai le mie scuse, alle 14:00...’
Qualcuno mi stava facendo uno scherzo oppure ero io a giocare un qualche tiro alla mia stessa mente? Con la speranza che tornasse ancora una volta, quel giorno non ero uscito per nulla da casa. Avevo sorvegliato la strada dalla finestra e, di tanto in tanto, avevo fatto un giro per il quartiere per controllare se ci fosse qualcuno che mi stesse seguendo. La notte non avevo quasi chiuso occhio. Avevo persino fatto la colazione della domenica alla meno peggio, ed ero andato con largo anticipo al bar dove ci saremmo incontrati. Meno male che non avevo allungato la vacanza; ‘i metafisici’(2) dentro di me avevano fatto di nuovo i calcoli giusti.
Mentre entravo nel bar, appoggiato dietro i miei occhiali, avevo scansionato il locale con i miei occhi. Forse anche lei era arrivata in anticipo e si era seduta a un tavolo. Folla della domenica a parte, non c'era alcun sospetto che attirasse la mia attenzione. “Posso avere un tè?” Il cameriere, fingendo di non aver capito cosa avessi detto, aveva risposto “Certo, fratello” e aveva lasciato sul tavolo il foglietto che aveva in mano. “La signora ha voluto che io dessi a lei questo biglietto.” Avevo girato la testa a destra e a sinistra, pensando che mi stesse osservando da qualche angolo senza che io avessi ancora letto il foglietto.
“Dov'è adesso?”
“È venuta presto stamattina, mi ha lasciato il biglietto ed è andata via.”
“E come fai a sapere che sono io?”
“Fratello, sei un vecchio cliente di questo posto. Ha detto il tuo nome e io ho capito.”
A quanto pareva ero parte di un gioco... L’espressione di stupore sul mio volto aveva lasciato il posto a quella leggermente commossa dei bambini che hanno perso il gioco a cui stavano giocando. Avevo preso il foglietto in mano e mi ero guardato di nuovo intorno. Di sicuro mi stava osservando da qualche parte.
“Ciao, ho pensato che sarebbe stato meglio non incontrarci. Avevamo un patto. Teniamo per noi le nostre frasi... Qui sotto trovi il mio nuovo indirizzo. Sono io, il tuo amico di penna...(3)”
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(1) Izmir: è la città di Smirne;
(2) i metafisici: ‘metafizikçiler’, ovvero a entità che per definizione si occupano di ciò che va oltre il mondo fisico e la logica misurabile; in qualche modo il nostro sesto senso;
(3) il
tuo amico di penna: sebbene si tratti di un
personaggio femminile, si è preferito chiudere traducendo con questa espressione apparentemente al maschile, ma in realtà neutra, perché le
parole originali usate dall’autore, ovvero ‘mektup arkadaşın’ significano letteralmente
‘il tuo amico di lettera’, in quanto
in turco non è specificato il genere; grammaticalmente il termine arkadaş (amico) vale sia per maschio che
per femmina; oltre a questo, la neutralità del termine è come se ponesse l'amicizia intesa come valore, al di sopra delle differenze di genere.
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