R#011 / NEI SUOI OCCHI ERA NASCOSTA UNA NUVOLA / GÖZLERİNDE BULUT SAKLIYDI

 

Racconto di Engin Akyürek
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.11 / Novembre - Dicembre 2016:

(contenuto in Sessizlik)

L'autobus era riuscito a fermarsi sano e salvo. Per quanto la sua vecchia scocca fosse rossa, non era quel rosso che trasudava salute dalle guance. Il suo lungo corpo e il suo soffietto simile a una fisarmonica, a ogni frenata, facevano ballare l'halay ai passeggeri con un sibilo, il bar di Erzurum (1) nelle curve e l'horon nelle frenate brusche. Tutti gli autobus avevano nomi propri e si rivolgevano gli uni agli altri non con i numeri che noi gli avevamo assegnato, ma con i loro nomi.

Quando l'autobus riuscì a fermarsi sano e salvo, le sue porte si aprirono con un respiro rantolante. Anch'io, come se avessi abbandonato il mio corpo in balìa delle onde, mi ero ritrovato verso la parte posteriore insieme alla folla. Spostarmi in fondo, un'abitudine dai tempi della scuola, mi permetteva di sfoggiare con fierezza la mia altezza da pertica. Chi sa, lo sa: sedersi nell'ultima fila significava diventare il più tonto di un'organizzazione criminale.

Il mio orologio con calcolatrice al polso segnava le 7:45. Tempo e spazio non avrebbero potuto coincidere meglio. Due fermate dopo, verso le 8:00, sarebbe salita sull'autobus la ragazza che vedevo ormai da due settimane, quella con una nuvola nascosta negli occhi. Sarebbe salita e avrebbe trovato con garbo un posto adatto a lei.

Quando l’autobus arrivò alla sua fermata, come se il suo respiro affannoso si fosse liberato, in un batter d’occhio aprì le porte davanti a lei. Anche se non riuscivo a vederla a causa delle teste davanti a me, quando salì, ogni cosa e ogni persona rallentarono insieme all'autobus. In quel momento il vecchio autobus era diventato il mio migliore amico, mostrando la grandezza che ci si aspetta dalla sua età; chissà cosa avrebbe detto se solo avesse avuto la parola.

Non sapevo il nome della ragazza, la guardavo soltanto. Quando la guardavo, anche se il tempo era soleggiato, piovigginava leggermente. La leggera nuvolosità sparsa che nascondeva negli occhi portava pioggia nel bollettino meteorologico del mio cuore. Anche se non sapevo il suo nome e non importava quale fosse la sua storia o da dove venisse, immaginavo scene in cui lei recitava da protagonista. L'aria leggermente umida dei suoi occhi si era insinuata nei miei sogni. Nelle mie fantasie le davo dei nomi e nei miei sonni provavo il nostro primo ciao:

“Ciao.”

“Ciao.”

Non c'era bisogno di altro. Tutto ciò che si fosse tradotto in parole avrebbe potuto rubare il significato che c’era nei suoi occhi. A forza di guardarci, le frasi si sarebbero trasformate in predicati, e i predicati si sarebbero rimpiccioliti fino a diventare il nostro soggetto sottinteso.

L'autobus era ripartito. Sebbene dovessi scendere tre fermate prima, stavo ad aspettare pur di rimanere sullo stesso autobus con lei. In un mondo in cui una distanza di tre fermate potrebbe essere un problema, le nuvole in quegli occhi avrebbero potuto dissolversi da tempo. Senza darmi arie, avevo imparato a memoria le tariffe dell'EGO (2). La nostra storia di due settimane era antica quanto nostro padre Adamo, e unica quanto nostra madre Eva. All'interno di un autobus viaggiavo con lei verso i luoghi più belli del mondo.

Quando l'autista, più con la voce che con la testa, si girò verso il fondo dicendo “Spostiamoci verso la parte posteriore”, io mi trovavo proprio sulla piattaforma girevole del soffietto. Quando la folla mi si spinse addosso, incrociai il suo sguardo come se ci fossimo dati appuntamento. Quando due paia d'occhi sono così vicini, non si riesce a guardare...

Amavo le nuvole. Le nuvole che sfidavano con fierezza l’arroganza del sole erano la storia di questa ragazza. E la sua storia era la mia storia. Stavamo girando la più bella scena d'amore del mondo. Guardando il mio orologio con calcolatrice al polso, mi aveva detto “Scusi! Che ore sono?”. Il mio orologio segnava le 8:15. Non c'era bisogno di quel quarto d'ora spaccato. Sarebbe scesa comunque verso le otto e venti. Il registratore interno del mio cuore aveva salvato la sua voce in memoria. In tutti i suoni ormai ci sarebbe stata anche la sua nota.

Questa ragazza era l'argomento principale di qualsiasi cosa raccontassi ai miei amici. Raccontavo così tanti dettagli per arricchire quell’argomento, che loro morivano e risorgevano per la curiosità:

“Come si chiama?”

“Non lo so.”

“Ci hai parlato?”

“No.”

“Perché?”

Sfoltendo le domande, le risposte che avrei dato erano nascoste nei suoi occhi. Forse era come contemplare il panorama più bello dalla collina più bella del mondo. Avevo voluto far germogliare e crescere qualcosa persino nei punti più affollati dell'autobus. La nostra prima frase, il nostro primo ciao, altro che la distanza di tre fermate: sarebbero dovuti durare una vita intera.

Anche se Hakan e Mehmet non avevano un tragitto da fare in autobus, avevano iniziato a salirci insieme a me. La curiosità era una bella cosa. Riuscire ad amare qualcuno da lontano, invece, era ancora più bello, ancora più affascinante. Più raccontavo dei suoi capelli, della sua pelle e soprattutto dei suoi occhi, più la ragazza della mia storia scendeva dall'autobus e si trasformava nell'eroina di una fiaba di cui non conoscevo il nome.

Nel centro di comando del mio cuore c'erano le mie corde vocali radunate a urlare come hooligan. Erano forti al punto da poter tradurre in giapponese la domanda “Che ore sono?”. Anche se tutte le traduzioni portavano lo stesso significato, io riuscivo a capire soltanto la sua lingua.

La mia storia di due settimane era entrata nella sua terza settimana. La terza settimana era l'indicatore storico della fine dell'era glaciale e del passaggio all'era antica.

Alle 7:30 del mattino, alla nostra fermata, Hakan e Mehmet mi stavano aspettando con un ghigno sulle labbra. Dietro a quel ghigno c'era una perfidia infantile. Sembrava che fossero venuti per rubarmi qualcosa che possedevo, ma ciò che avrebbero rubato non erano le figurine di macchine che si trovavano nelle gomme da masticare Turbo. Quello che raccontavo era mio, ma più che la mia storia, era la storia delle nuvole, cioè la storia di questa ragazza.

Uno dei nostri vecchi autobus, quello di cui non sapevo il nome ma che riconoscevo dallo strappo sul soffietto, il vecchio rosso, era arrivato alle 7:45. Come al solito, mi ero avviato verso il fondo. Anche Mehmet e Hakan avevano piantato le tende proprio accanto a me, incastrati sotto un mio gomito. Non erano alti quanto me, non conoscevano le ultime file; d'altronde, il posto che preferivano in assoluto era accanto all'autista. Il ghigno di entrambi non accennava a spegnersi. Brillavano come un faro sul molo, sorridendo a trentadue denti al completo.

Si stavano facendo le 8:15. Il traffico del mattino faceva venire i nervi e lo stress a chiunque. La mia agitazione stava creando frane nei miei posti invisibili (3) e, man mano che Mehmet e Hakan ghignavano, insieme ai clacson del traffico quelle frane si trasformavano in erosione.

Quando l'autobus arrivò alla famosa fermata, ci mettemmo tutti e tre sull'attenti. In testa al gruppo c'ero io e, per fortuna, ero alto come una pertica. La porta sibilò, sbuffò, come se stesse mollando tutti i suoi bulloni. Fece dei rumori così brutti da non addirsi né a chi arrivava né alla triste posa di quelli che aspettavano. Mentre me ne stavo lì ad aspettare a bocca aperta come un allocco, la nostra ragazza salì sull'autobus tenendosi per mano con qualcuno...

In quel momento l'autobus invecchiò ancora di più, trasformandosi nel volto di un vecchio scorbutico sul letto di morte. Avrei potuto gettare dell'acido sul viso del ragazzo che le teneva la mano. L'espressione sul suo volto puzzava di acido muriatico.

Man mano che Mehmet mi dava gomitate al fianco chiedendo “Quale?”, l'autobus diventava sempre più brutto, trasformandosi in un mio nemico giurato. Anche se le previsioni del tempo davano pioggia, all'improvviso il sole si era fatto strada e le nuvole si stavano dissolvendo come se non fossero mai esistite.

Hakan, intercettando il mio sguardo, aveva detto:

“È questa, oh?”

“Cosa…”

“È questa la ragazza che nasconde le nuvole negli occhi?”

C'erano momenti in cui non avevamo bisogno della realtà. I sogni e ciò che ci rimaneva dentro a volte valevano più di quello che chiamavano realtà.

Mi ero voltato verso Hakan e avevo detto: “Oggi il tempo è soleggiato.”

“In che senso?”

“Cioè, beh... ma va', tanto per cominciare questa ragazza è bruttissima.”

 

 

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(1) Il bar è un ballo tipico dell'Anatolia orientale (in particolare della provincia di Erzurum), eseguito in gruppo tenendosi per mano o per le braccia, proprio come l'halay e l'horon citati nello stesso punto del testo. Il testo gioca proprio sul contrasto tra i movimenti dell'autobus e i passi di queste tre danze tradizional

(2) EGO: Azienda dei trasporti pubblici della città di Ankara (gioco di parole nel testo con la parola "ego").

(3) Con posti invisibili, l'autore si riferisce alle sue parti interiori, al cuore, allo stomaco e alla mente: tutto ciò che si trova all'interno del suo corpo e della sua psiche e che le persone all'esterno non possono vedere.


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