R#010 / LE BIGLIE / MİSKET
Racconto di Engin Akyürek
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.10 / Settembre - Ottobre 2016:
(contenuto in Sessizlik)
Tre mesi dopo aver imparato a leggere e scrivere, le
mie vacanze estive erano iniziate con la consegna della pagella. Il mio
nastrino rosso (1), che portavo con orgoglio sul petto a sinistra,
non c'era più. Il colletto e il mio petto erano scoperti. Il grembiule nero che
mi avvolgeva il corpo, sventolando come un mantello, aveva aggiunto un’armonia
visiva alla mia pagella piena di "ottimo"... In una mano avevo la mia
pagella, nell'altra il mio libro delle vacanze. Non credo serva aggiungere che
portavo lo zaino sulla schiena come una gobba di cammello... Nonostante fosse
l'ultimo giorno di scuola, nella mia borsa non era rimasto spazio per mettere
il libro delle vacanze a causa dei fagioli e delle carte colorate per la
lettura (2).
La borsa, non era una borsa, santo cielo, era come un deposito di legumi. Il
fatto che le nostre teste somigliassero a una madia per l'impasto man mano che
crescevamo, non aveva nulla a che fare con questo. Nel frattempo, non bisogna
sottovalutare il libro delle vacanze: questo libro, venduto con grandi tecniche
di marketing, era il salvatore di tutta la nostra estate, la garanzia del
nostro futuro. Questo libro, che era poco più di un album da colorare, non solo
si prendeva gioco dell'intelligenza umana, avrebbe dovuto anche aggiungere
colore alle nostre calde giornate estive. Sulla copertina del libro delle
vacanze c'era un ragazzino che, se fosse stato tuo figlio non lo avresti amato;
uno del tipo che... Guardava tutti noi come a dire "Voi siete proprio
fessi, ragazzi". Va bene, non avevamo decifrato i geroglifici egizi.
Dopotutto sapevamo (solo) scrivere "Ali guarda il cavallo", ma
eravamo umani, non cavalli dopotutto... Avremmo capito anni dopo che ci si
aspettava molto da una generazione affidata al libro delle vacanze. Non avevo
amato il libro delle vacanze, per me era una grande delusione.
Dopo aver esibito in casa la mia pagella piena di
"ottimo", avevo nascosto il libro delle vacanze – che fino a quel
momento avevo tenuto premuto sulla pancia – dentro l'anta più inaccessibile
della vetrina di casa, coprendolo per bene e sbarrandogli la strada con le
bottiglie di whisky riempite di tè. Non potevo mica buttarlo via, all'apertura
delle scuole il maestro avrebbe controllato i compiti. Al moccioso in
copertina, comunque, avevo già disegnato barba e baffi. Avrei risolto tutte le
domande del libro a due giorni dall'inizio della scuola. Era un ottimo piano...
Le vacanze estive, come i soldi ricevuti in regalo,
non avevano né bellezza né abbondanza. Erano già passati quindici giorni senza
che la stagione delle biglie fosse davvero iniziata...
I bambini tedeschi (3) non
erano ancora arrivati; quando arrivavano, divorare le loro biglie era molto divertente.
Il nostro quartiere era un po’ più in alto, quindi era difficile giocare in
pendenza e i bambini del quartiere sottostante avevano paura di venire in
trasferta. Le partite più accese potevano protrarsi fino all’ora di cena, fino
a quando non si sentiva la voce di una mamma. Chi gioca a biglie lo sa: ogni tipo
di partita ha il terreno adatto. Per questo motivo, erano i ragazzi più grandi
del quartiere a occuparsi di studiare il terreno. Le nostre manine potevano
assumere tutte le forme geometriche come se fossero un goniometro. Per giocare
bene a “kuyu” serviva un pollice forte, per giocare a “tumba” servivano i
polsi, e per giocare bene a “baş” servivano occhi buoni. (4)
Volevo partire alla grande con la stagione delle
biglie, che avevo iniziato con il mio modesto gruzzolo. Sapevamo che, prima
dell’arrivo dei figli dei lavoratori turchi in Germania, non ci sarebbero state
grandi oscillazioni nel prezzo delle biglie e che avremmo dovuto adeguare i
nostri prezzi alle condizioni del mercato interno. Avevo un occhio sulle biglie
e l’altro sul valico di frontiera di Kapıkule.
Ogni tanto controllavo il libro delle vacanze. Se mia
madre l'avesse trovato, altro che giocare a biglie: non avrei più potuto alzare
la testa finché il moccioso in copertina non fosse andato a fare il servizio
militare. La barba e i baffi che gli avevo disegnato con la penna a sfera
sarebbero stati, agli occhi di mia madre, la prova provata che il mio senso di
responsabilità era stato rasato a zero (un taglio di capelli che fa sembrare le
persone come cose, che le priva della loro dignità umana).
Sia nelle trasferte nel quartiere sottostante che nei
giochi del nostro quartiere, con il caldo le mani cominciavano a screpolarsi e
a desquamarsi come la mappa della Somalia. Soprattutto nel gioco del pozzo, premevamo
le mani a terra con tale forza che cambiavano colore insieme alla terra, come a
dire “Siamo venuti dalla terra e alla terra torneremo”. È vero che a cena
immergevo le mani screpolate nel sapone arabo per non farle vedere a mio padre.
Il viso abbronzato, la nuca bruciata, le mani screpolate come zampe di pollo:
questo era il riassunto delle mie vacanze estive. Il mio piccolo capitale aveva
cominciato a crescere, le biglie che nascondevo nella scarpiera si stavano
espandendo verso i vestiti invernali. Ero orgoglioso: con il mio piccolo ma
prezioso capitale stavo realizzando grandi imprese. Avrei voluto che il
ragazzino del libro delle vacanze avesse visto ciò che ero riuscito a fare.
Nascondere le biglie ogni sera era difficilissimo. Se
mio padre le avesse trovate, i tribunali locali avrebbero potuto squalificarmi
dai giochi ancora prima dell'arrivo dei figli degli emigrati in Germania. Possa
Allah proteggerci...
Eravamo arrivati a metà delle vacanze estive. Riuscivo
a dare ai miei capelli una piega a onde con il pettine. La mia faccia nello
specchio mi diceva che ero cresciuto un po'. Beh, d'altronde erano passati
quattro mesi da quando avevo imparato a leggere e scrivere.
A ogni colazione mia madre mi faceva leggere il
giornale. Le mie attività scolastiche si limitavano a questo. I libri di
lettura erano tutti noiosi. Tutti i personaggi erano o dei gran babbei o degli
sfaccendati goderecci che se la spassavano qua e là in vacanza. Parlare sotto
l'ombrellone in vacanza era facile, ma la mia vacanza estiva si svolgeva su un
campo di terra battuta a giocare a biglie. La vita mi avrebbe insegnato presto
a interessarmi a cose che non avevo mai vissuto.
Quando arrivarono i figli degli emigrati turchi in
Germania, nel quartiere iniziò un certo fermento. Le auto tedesche guardavano
le nostre Tofaş come per insultarle. Non avrei mai voluto assistere a una tale
umiliazione per una Kartal. Con le loro carrozzerie imponenti, le auto tedesche
occupavano tanto spazio quanto la pancia dei loro proprietari. Se fossero già
stati inventati i cellulari ci saremmo fatti un selfie davanti all'auto, ma né
la tecnologia né la macchina fotografica degli Alamancı (5) lo permettevano. L'Alamancı
panciuto, appoggiando al muro la sua pancia a forma di bottiglia di birra, ci aveva
messi tutti in fila come bicchieri di Manisa (6) e aveva detto:
"Ragazzi, vi faccio una foto davanti alla macchina".
In quegli anni ci si faceva fotografare non solo
davanti alle auto, ma anche con gli elettrodomestici appena comprati. Ci
eravamo messi in fila davanti all'auto dell'Alamancı come tanti pinguini e
avevamo riso come persone vere. "La manderò a tutti voi", aveva
detto.
Non solo non era arrivata nemmeno una foto, ma nemmeno
un saluto dalle terre straniere. Quella foto in cui posavo con le biglie che
avevo in tasca era andata perduta insieme ai marchi che quel tedesco da quattro
soldi aveva nascosto. Eppure avevamo riso tutti così bene...
Dopo aver spennato i figli degli Alamancı, vendevo le
biglie che avevo in mano a un prezzo basato sul tasso di cambio del giorno.
Tutto il quartiere sperava che gli Alamancı tornassero definitivamente: ma si
poteva mai lasciare tutto e andarsene via da un paese così bello? Verso la fine
delle vacanze estive avevo buste e bustine piene di biglie. Avevo capito come
fosse nata la banca: trovare un posto dove nascondere così tante biglie stava
diventando difficile. Prima di cena mi guardavo intorno con attenzione e
nascondevo le mie biglie nei luoghi più reconditi.
A una settimana dall’inizio della scuola, mia madre
aveva trovato il libro delle vacanze. Il ragazzino in copertina sembrava aver
raccontato tutto, e così anche il nascondiglio delle biglie era stato scoperto.
Fu mio padre a dare l’annuncio ufficiale della mia rovina, del mio fallimento:
“Porta via queste biglie, la scuola ricomincia la
settimana prossima. Non portarle più a casa, guarda che mani che hai! Non si
capisce se sei un mendicante o uno studente.”
Le biglie che avevo in casa erano solo un decimo di
quelle che possedevo; quelle che avevo nascosto ai piedi degli alberi e sui
tetti erano un vero tesoro. I figli degli Alamancı avevano perso tutto il loro
patrimonio.
Mancava una settimana all’inizio della scuola. I miei
capelli, lunghi e ondulati, erano stati rasati (ho già spiegato di cosa si
trattava, insomma una cosa brutta…), avevo perso il mio smalto e il mio
buonumore era svanito. Sarei tornato a casa prima di sera per fare i compiti
contenuti nel libro delle vacanze. Il mio legame materiale e spirituale con le
biglie si era spezzato.
In fondo mio padre aveva ragione: la scuola stava per
ricominciare, che cosa c'entravo io ormai con le biglie? Avevo preparato un
annuncio per i ragazzi del quartiere. Sarei salito sulla collina più alta e
avrei distribuito tutte le mie biglie senza lasciare spazio a saccheggi.
All'ora promessa ero lì. Ai miei occhi di bambino
c'era una folla oceanica. C'era gente venuta persino da altri quartieri. Anche
i figli degli Alamancı erano lì, con la speranza di riconquistare ciò che avevano
perso. Agli occhi loro ero un pazzo che stava regalando la sua fortuna.
Le biglie, infilate in due enormi sacchi neri, non si
vedevano nemmeno. I ragazzi più grandi del quartiere mi avevano avvertito:
"Se scherzi, al posto delle biglie lanciamo te". E l'avrebbero fatto
davvero, Dio ce ne liberi, con le biglie non si scherzava. Mettendomi in punta
di piedi sopra una pietra, avevo iniziato a lanciare a piene mani le biglie
afferrate a manciate. Tra spintoni, pugni e schiaffi, tutti cercavano di accaparrarsele.
Più la folla che avanzava verso di me si faceva
spaventosa, più le lanciavo lontano. Le mie braccia avrebbero potuto
trasformarsi in uccelli e volare via, i miei gomiti schizzare verso le nuvole
come frecce. Da un lato avevo paura, dall'altro provavo tristezza, ma allo
stesso tempo quella situazione mi piaceva. Distribuire le biglie guadagnate con
il sudore della mia fronte provocava nel mio piccolo io dei sussulti
egocentrici. Lanciavo le biglie così lontano che per afferrarne una dovevano
correre per due quartieri.
Quando la sera tornai a casa, mio padre stava
armeggiando con qualcosa, martello in mano e un chiodo tra i denti; quel chiodo
stretto tra le labbra mostrava chiaramente quanto fosse arrabbiato:
"Cos'è successo, papà?"
"Che vuoi che sia successo, si è rotto il vetro
della finestra. Qualche maleducato ha lanciato delle biglie dalla
collina."
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(1) In Turchia, il nastro rosso è una tradizione storica della scuola primaria. Viene
appuntato sul petto (di solito sul grembiule) dei bambini della prima
elementare non appena imparano finalmente a leggere e scrivere. È un vero e
proprio simbolo di traguardo e di orgoglio per i bambini e le loro famiglie.
(2) I
foglietti di lettura colorati sono
uno strumento didattico tradizionale usato nelle scuole elementari turche per
insegnare a leggere e scrivere. Erano strisce o cartoncini colorati su cui
erano stampate sillabe, parole o brevi frasi (la più famosa e nostalgica per
intere generazioni è "Ali ata bak", cioè "Ali guarda il
cavallo"). I bambini le ritagliavano, le componevano e le usavano per fare
esercizio sia in classe che a casa insieme ai fagioli, usati invece come sassolini per imparare a contare.
(3) per
bambini tedeschi in questo caso si
intendono i figli degli emigrati turchi in Germania;
(4) Kuyu,
tumba e baş sono tre varianti del gioco con le biglie;
(5) Gli
Alamancı
sono gli emigrati turchi in Germania;
(6) I
bicchieri di Manisa erano
storicamente dei tipici bicchieri o boccali in terracotta prodotti nella città
di Manisa, usati per mantenere fresca l'acqua. Essendo manufatti realizzati in
serie e venduti nei mercati, venivano esposti dai venditori disposti in
lunghissime file perfettamente identiche. Da questa immagine è nato il
proverbio per indicare un gruppo di persone (spesso bambini o soldati) messe in
riga in modo passivo e un po' ridicolo.
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