R#012 / IL PUPAZZO DI NEVE / KARDAN ADAM


Racconto di Engin Akyürek
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.12 / Gennaio-Febbraio 2017:

(contenuto in Sessizlik) 

Una brava persona è quella di cui ami il sorriso.
(F. Dostoevskij) 

Non chiedo a me stesso chi sia una buona persona… E’ più efficace il sorriso discreto delle brave persone o l’effetto delle risate a bocca piena, con bava e muco dei cattivi? Anche se ogni domanda posta richiede una risposta, dopo un bel sorriso non si pone più alcuna domanda.

Aveva rivelato il lato più fragile del suo cuore e lo aveva messo al centro del tavolo. Il suo sguardo scrutava lentamente come gli occhi delle anziane zie che leggono la prima luce dell’alba. Aveva otto anni, secondo me era ancora un piccolo bambino innocente. “Che c’è?”, dissi. Con l’orgoglio dell’aver già raggiunto i nove anni…  Sbriciolando le parole lentamente, come se avesse la bocca piena di briciole di pane, mi spiegò il suo piano per Capodanno. Avremmo scritto "Benvenuto 1990" sul vetro della finestra. Con la colla Uhu e il cotone rubato dal cassetto di sua madre, avremmo sepolto solo superficialmente gli anni Ottanta nell'oscurità della storia. Hakan aveva pianificato tutto. La vetrata del nostro salone sarebbe stata addobbata per la serata, le nostre famiglie si sarebbero radunate a casa nostra. Tra due mandarini, un abbondante sbocconcellare di kısır (1), la cinquina della tombola e poi, opplà, a letto. Non avremmo dimenticato nemmeno l'effetto neve con i batuffoli di cotone che avevamo appallottolato con cura. Anche se la neve fuori ci sbatteva in faccia il lato crudele della realtà, noi avremmo preferito essere decorativi. La colla giapponese sarebbe entrata nella nostra vita molto più tardi, e il Giappone per noi sarebbe sempre rimasto Barış Manço (2).

Hakan non riusciva a stare al suo posto. Voleva fare così tante cose da sembrare avesse dimenticato di avere otto anni, come se aspettasse che qualcuno glielo ricordasse. La neve fuori non si prendeva soltanto gioco dei batuffoli di cotone che avevamo incollato al vetro, stava anche dicendo qualcosa sugli anni Ottanta. Forse avremmo rimpianto la semplicità e la modestia degli anni Ottanta, ma le nostre aspettative verso gli anni Novanta erano così forti che non ci sfiorava nemmeno il pensiero di come gli anni Duemila li avrebbero poi svalutati. 

Dopo esserci ripuliti le mani dalla colla Uhu rimasta appiccicata, Hakan mi svelò il suo secondo piano: "Facciamo un pupazzo di neve!". Allo scoccare della mezzanotte avremmo portato i nostri genitori nel giardino sul retro per mostrare la nostra creazione. Era un bel piano, un tocco ad alta definizione che avrebbe arricchito la vita modesta e monotona degli anni Ottanta.

I giorni di festa, oltre a colorare le nostre serene solitudini, ci permettevano di accumulare un sacco di ricordi. Come Hakan aveva rubato il cotone a sua madre, io avevo sottratto una carota dal frigorifero. E guidato da una certa cura estetica, ero passato anche dalla carbonaia per scegliere con attenzione una manciata di carbone. Nel giardino sul retro, con la neve che avevamo raccattato con le pale, prima avevamo costruito un corpo imponente. 

Hakan si era accasciato sulle ginocchia, dimostrando ancora una volta la sua indole pigra e amante del comodo con la scusa di essere stanco. Il secondo blocco e i punti più delicati tra il collo e la pancia li avevo scolpiti io con le mani congelate. Si stava facendo buio. Le mie mani intirizzite avevano accelerato il ritmo e, con precisione chirurgica, avevo dato un tratto umano al viso del mio pupazzo. Una pelle bianchissima e liscia, due occhi ricavati da piccoli pezzi di carbone e un viso sorridente creato con pezzi ancora più piccoli... Il mio pupazzo di neve sorrideva così bene che il nero del carbone mi aveva riscaldato il cuore. Aggiungendo la carota come naso e trasformando la scopa in parte integrante del suo corpo, avevo completato il mio pupazzo di neve dal sorriso radioso. 

Il mio pupazzo di neve era l'unica cosa che, una volta completata, mi fosse davvero piaciuta nei miei otto anni di vita. I ghirigori fatti con i pastelli a cera e i timbri con le patate realizzati a scuola, accanto al mio pupazzo di neve, sembravano solo mostruosità risalenti all'età della pietra. L'istinto umano di creare e la meraviglia per la propria opera potevano essere appagati con una semplice carota e del sorridente carbone di Zonguldak (3).

I suoni della vita scandita da un unico canale tv, che da una parte ci tranquillizzavano e dall’altro ci facevano dormire profondamente, avrebbero suscitato una grande emozione con il conto alla rovescia. I viali, le strade, la grande Ankara, ridevano radiosi come se avessero anch'essi otto anni e stessero aspettando questo giorno. Era evidente che non avevamo amato per niente gli anni Ottanta…

Mentre il presentatore, usando tutte le sfumature della lingua turca, annunciava i risultati dell’estrazione della lotteria, a casa nostra era calato ancora una volta il silenzio dell’amorti (4), il premio di consolazione. I piatti preparati dalle mamme, il profumo delle arance, noi che, pur di non addormentarci, eravamo passati dal gioco del Non t’arrabbiare (5) al gioco della tombola: ci stavamo prendendo la nostra rivincita sugli anni Ottanta. 10, 9, 8, 7, 6... L’inizio di un nuovo anno, gli abbracci con cui ci stringevamo alle nuove speranze e la nostra irrazionale fiducia nel futuro dimostravano che, nonostante tutto, eravamo ancora capaci di rimanere umani.

Prima di arrivare alle ore in cui il sonno si faceva più invitante, avevamo portato i nostri genitori nel giardino sul retro. Fratelli, fratelli maggiori, e poi nonne e zie ci avevano seguito. C'erano persino gli spettatori affacciati ai balconi, che avevano alzato un po' troppo il gomito e fumavano sigarette di contrabbando. Il giardino sul retro si era trasformato in un luogo di festa, in una fiera di paese. Il padre di Hakan, con voce profonda e solenne, aveva detto: “Allora?”. E io, indicando la sorpresa con le mani, avevo risposto: “Eccooo!”. Non appena avevo detto “Ecco!” e avevo girato la testa, l’intero quartiere aveva girato la testa con me ed era rimasto a fissare il mio pupazzo di neve. Dopo un breve silenzio, avvicinandomi al mio pupazzo di neve, la carota che aveva al posto del naso si era trasformata in un organo sessuale e il suo viso sorridente nell'espressione perfida di certi figli degenere. I bambini dagli occhi malevoli del quartiere di sotto avevano svergognato il mio pupazzo di neve davanti a tutti, persino davanti allo zio Semih, ubriaco sul balcone.

Le risate borbottanti della folla e i versi emessi dalle donne anziane mostravano che potevamo ancora arrivare a vergognarci di una semplice carota. I miei occhi si erano riempiti di lacrime, mi ero trattenuto a fatica per non piangere. Non mi erano piaciuti gli anni Novanta... Ero andato subito a letto, mi ero tirato la coperta fin sopra la testa e avevo voluto dimenticare quella notte. Più che delle risate della gente, ero dispiaciuto per quello che era successo al mio pupazzo di neve. 

Il mio pupazzo di neve aveva sorriso così bene che avrei voluto che tutti avessero saputo sorridere in quel modo. Era come se qualcosa fosse stato soffiato nel mio orecchio, nella mia anima di otto anni. 

Anni prima avevo costruito con le mie mani la somma di tutti i sorrisi. Avrei raccolto decine di sorrisi dai volti e dagli sguardi che amavo, come il respiro che avrei inspirato finché avessi continuato a vivere... A volte nel sorriso nascosto nella fossetta di una persona amata, a volte nella mano tesa di un amico, ma soprattutto quando, davanti a uno specchio, avrei sorriso dentro di me, guardandomi come se stessi guardando me stesso...

Appena sveglio, avrei fatto al mio pupazzo di neve un viso capace di sorridere ancora più bello. Al mattino mi ero svegliato con la voce di mia madre. Era già pomeriggio. Non appena avevo guardato l’orologio, mentre stavo per schizzare nel giardino sul retro, dicendo “Il mio pupazzo di neve!”, le goccioline d’acqua sulla finestra mi avevano gelato il corpo. Era piovuto. La neve si era sciolta. Nei miei occhi, le lacrime che dalla sera prima aspettavano sull'attenti, mi scendevano come perline contro il malocchio. Quando corsi nel giardino sul retro, i pezzetti di carbone sorridenti, la carota e la scopa di saggina stavano rendendo omaggio al mio uomo di neve sul terreno bagnato. Mentre mi chinavo e raccoglievo i piccoli carboni con la mia mano, anche mia madre era arrivata insieme alla sua voce: “Entra dentro, ti raffredderai!”.

Guardando i pezzetti di carbone nella mia mano, come parlando con il mio pupazzo di neve:

“Mamma, gli uomini buoni sorridono sempre bene?”

“Da dove è uscita fuori ora questa, chi te lo ha detto?”

“Chi vuoi che lo abbia detto: il mio pupazzo di neve.”

 

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(1) Il kısır è un piatto freddo tradizionale della cucina turca a base di bulgur fine, verdure ed erbe aromatiche.

(2) Barış Manço (1943–1999) è stato uno dei musicisti, cantautori e personaggi televisivi più celebri e amati nella storia della Turchia, considerato tra i padri fondatori dell'Anatolian Rock.
Il riferimento al Giappone nel testo si spiega attraverso tre elementi principali:
·  pioniere culturale in Giappone: Tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, Barış Manço tenne storici concerti in Giappone, riscuotendo un successo travolgente e diventando un vero e proprio ambasciatore dell'amicizia turco-giapponese;

·  icona dei bambini: Conduceva 7'den 77'ye ("Da 7 a 77 anni"), un popolarissimo programma televisivo della domenica che dedicava uno spazio amatissimo ai bambini (Adam Olacak Çocuk). Nelle sue trasmissioni mostrava spesso i suoi viaggi in Giappone, trasmettendo a intere generazioni di giovani turchi l'immagine di un Paese affascinante;
·   il senso del racconto: per i due bambini nel 1989/1990, la parola "Giappone" evocava subito il loro idolo televisivo che cantava a Tokyo, non ancora l'Attak (chiamato comunemente in Turchia Japon yapıştırıcısı, ossia "colla giapponese"), che sarebbe arrivato nei consumi di massa solo più tardi;

(3) Zonguldak è una città portuale turca affacciata sul Mar Nero, famosa per essere la capitale del carbone e il centro minerario più importante della Turchia;

(4) amorti è il termine usato nella lotteria turca per indicare il premio minimo di rimborso, ottenuto quando coincidono alcune cifre del biglietto;

(5) Non t’arrabbiare è il nome italiano di un gioco da tavolo con un tabellone, 4 pedine per giocatore e un dado, simile al nostro Ludo.

 


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