R#013 / HASAN FIGLIO DI AHMET / AHMET OĞLU HASAN
Racconto di Engin
Akyürek
pubblicato sulla
rivista Kafasina Göre n.13 / Marzo-Aprile 2017:
(contenuto in Sessizlik)
Hasan, figlio di Ahmet… Non bisognava lasciarsi ingannare dal suo viso scuro e magro: l’energia che emanava dai suoi occhi era tale da illuminare l’intera città. Hasan era il figlio di nove anni di una famiglia emigrata dall’estremo oriente all’estremo occidente della Turchia.
Il nostro incontraci con Hasan non fu come quello con gli altri bambini che tagliavano la strada per vendere fazzoletti Selpak (1). Si era piantato davanti a me come un ragazzino in carriera arrivato per un colloquio di lavoro. Anche se il nostro primo incontro era stato un po’ distaccato, ogni volta che volevo bere un tè, Hasan si univa agli habitué del tavolo dove mi sedevo. Non rispondeva alle domande con altre domande; usava le sue risposte come se fossero domande, servendosi di frasi tutte sue. Né nel suo sguardo né nella sua voce si avvertiva la nenia delle difficoltà vissute dalla sua famiglia. Non parlava molto, ma quando lo faceva, creava una morbidezza vellutata tra il volto e la coscienza di chi lo ascoltava. Ciò che aveva vissuto, sei anni a Kars e gli ultimi tre a Istanbul, gli aveva fatto guadagnare esperienze degne di numeri a due cifre in contrasto con i suoi soli nove anni di vita; aveva ormai superato da tempo le cifre singole.
Ogni volta che mi vedeva, si avvicinava piano piano al mio tavolo; se c'era qualcuno accanto a me, camminava in punta di piedi, come se ci fosse qualcosa di fragile pronto a rompersi e versarsi. La raffinatezza non ha età, e la grazia a volte non risiede né nella voce né nello sguardo. Contrariamente alle apparenze, in un momento del tutto inatteso, quel che si chiama raffinatezza può manifestarsi in Hasan, nove anni, figlio di Ahmet.
“Hasan, cosa vorresti diventare da grande?”
Aveva lasciato il pacchetto di Selpak che aveva in mano sul tavolo, come se non avesse mai affrontato questa domanda:
“Non lo so, ma sarò qualcosa di buono.”
“In che senso qualcosa di buono?”
“Non lo so, qualcosa di buono, ecco...”
Non voleva diventare né un medico né un pilota, ma io l'avevo capito. Quello che lui non riusciva a comprendere né ad esprimere a parole era semplicemente il desiderio di essere una brava persona. O forse ero io a volere che fosse così. Da brava persona avrebbe potuto fare il medico o il pilota, bastava solo che riuscisse ad essere umano...
“Sei qui fino a tarda notte, come torni a casa?” La risposta a questa domanda, che gli feci quando eravamo ormai in confidenza, mi rivelò che intorno a me c'era un'immensa folla di bambini.
“Abitiamo a Ümraniye (2); di notte non ci sono né autobus né dolmuş (3), così noi fiorai e venditori di Selpak ci mettiamo insieme e prendiamo un taxi. Viene dieci lire a testa. Dato che il tassista è un nostro vicino di casa, ci fa anche un po' di sconto, naturalmente.”
“Ah, ma allora è una figata!”
“Quando non si possono vendere molti Selpak non è poi così figo!”
Parlare delle sofferenze delle persone e ascoltarle poteva sembrare prezioso in quel momento, ma la storia di Hasan, la disoccupazione del padre, il trasferimento dal loro villaggio a Kars, la malattia della madre, doveva rimanere, e doveva poter rimanere, la storia più intima del mondo.
“Ti piace Istanbul?”
Quando raccontava di Kars e del suo villaggio natale, per quanto potesse amare Istanbul, negli angoli più remoti del suo animo c'era una strada di campagna polverosa. Chiunque si arrabbiasse, chiunque gli urlasse contro o lo insultasse, quella strada riaffiorava; e lui andava e veniva di corsa lungo quel sentiero incastrato tra il suo cuore e la sua mente.
Hasan, figlio di Ahmet, era diventato uno dei miei migliori amici. A volte andavo a bere un tè solo per fare due chiacchiere con lui; facevamo le nostre conversazioni quotidiane e condividevamo il peccato di un pettegolezzo infantile. Quando si arrabbiava con qualcuno, non bestemmiava come gli altri bambini: tratteneva con vergogna per sé le parole volgari che restavano incastrate tra la bocca e la lingua. Una volta che il senso della vergogna entra nell'anima di un uomo, gira come il verme dentro la mela; toccando la nostra essenza, il nostro nucleo, finisce per diventare un vero e proprio organo del nostro corpo. Nonostante tutto, il senso della vergogna era un bel sentimento, ed era forse quello che meglio descriveva Hasan, figlio di Ahmet. Anche se le sue guance diventavano rosse rosse, anche se non riusciva a fissare lo sguardo con aria di sfida, le cose buone si addicevano più ad Hasan che a chiunque altro.
La nostra amicizia era durata un anno e mezzo. L'avevo visto per l'ultima volta nel mese di settembre; ci eravamo incontrati sotto la pioggia, ci eravamo salutati al volo e ci eravamo lasciati da veri uomini con una stretta di mano leale, come due veri amici. Dopo quel giorno di pioggia non avevo più rivisto Hasan.
Avevo chiesto di Hasan a tutti gli ambulanti, dal fioraio al venditore di simit (4). Gli era successo qualcosa, chissà... Non c’erano notizie nemmeno dei suoi fratelli naggiori e, siccome non gli piaceva che gli si facessero domande, l'unica cosa che sapevo sul suo conto era che abitavano a Ümraniye. Nella gigantesca Istanbul, un posto chiamato Ümraniye poteva diventare all'improvviso più grande di Istanbul stessa.
Avevo chiamato tutte le fermate dei taxi di Ümraniye chiedendo se avessero una vettura su cui salissero ogni notte i bambini fiorai e quelli venditori di Selpak. In uno di queste fermate di cui ho perso il conto, mi dissero che c'era un tassista che ogni notte prendeva a bordo quei bambini. Mi ero precipitato a quella fermata, avevo trovato il tassista e avevo ascoltato da lui la fine della storia di Hasan, figlio di Ahmet. Il tassista prima era diventato inquieto; vedendo la determinazione sul mio volto, senza capire quale fosse la questione, aveva risposto.
“Guarda, fratello, come ultima corsa della serata li prendevo e li riaccompagnavo a casa. Abito anch'io nel quartiere di sopra.”
“Dov'è Hasan, l'hai visto?”
“Quell’Hasan che dici è quello magro e scuro, che ha anche un fratello maggiore?”
“Sì, ha anche un fratello maggiore.”
“Si sono trasferiti, sono tornati al loro villaggio.”
“A Kars?”
“Non so tutte queste cose, fratello.”
Il nostro Hasan, figlio di Ahmet, era tornato al suo villaggio. La sua storia doveva finire qui o Hasan stava andando a scriverne una nuova? Avrei avuto nostalgia di Hasan, della sua conversazione. Anche se un po' mi si stringeva il cuore, forse tra le polverose strade di campagna avrebbe trovato la propria strada asfaltata.
Quella notte, una volta a casa, avevo appena terminato la storia di Hasan quando una notizia al telegiornale seminò tarme velenose dentro di me. Nel cuore del mio paese natale, in un convitto, dei bambini di cui non conoscevamo nemmeno il nome erano morti bruciati vivi. Le parole avevano perso ogni significato e ciò che udivo, unito a ciò che i miei occhi vedevano, stava creando dentro di me cascate di pianto. Una volta spenta la televisione, mi era venuta in mente una nuova storia. La storia di Hasan; forse anche Hasan aveva intuito qualcosa.
* * *
Perché le storie più belle erano sempre quelle scritte di nuovo...
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(1) Selpak
è il nome della
più famosa marca di fazzoletti in Turchia, divenuto sinonimo del prodotto
stesso;
(2) Ümraniye è un distretto e un comune
soggetto al comune metropolitano di Istanbul. È situato nella parte asiatica
della città;
(3) il dolmuş è un taxi collettivo o pulmino condiviso, molto usato in Turchia per spostamenti urbani o a medio raggio tra le città vicine;
(4) il simit, traducibile in italiano come “ciambella di sesamo” è una pasta lievitata a forma di ciambella con semi di sesamo sulla crosta.
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