R#069 / TIC TAC, TIC TAC... / TİK TAK, TİK TAK...


Racconto di Engin Akyürek
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.69 / Luglio - Agosto 2026:

Anche se non ricordava quando avesse sentito quel suono per la prima volta, la sua origine si era ormai stabilita proprio al centro del suo cuore. Era solo un bambino, e c'erano molte cose che ancora non riusciva a comprendere. Aveva appena imparato a leggere e a scrivere. 

Un giorno si svegliò e sentì un rumore. All'inizio rise: gli sembrava buffo, non riusciva a credere a quella stranezza che udiva con le proprie orecchie. Andò a scuola pensando che sarebbe passato, come un semplice mal di pancia. Ma non passò. Quando rimaneva solo con se stesso, il tic tac sembrava attenuarsi. Eppure, dal fondo, dall'angolo più remoto del suo essere, continuava a riecheggiare un suono. Avrebbe voluto avere paura, ma non ci riusciva; quel rumore aveva un ritmo diverso da quello di un normale orologio appeso al muro. Sembrava quasi che la voce dentro di lui parlasse, cercasse di dirgli qualcosa. Spiegò la situazione a sua madre e a suo padre. I medici lo visitarono da cima a fondo; fu sottoposto a esami e radiografie. Uno sforzo vano, un tentativo del tutto infruttuoso. Non si riuscì a formulare una diagnosi, né a tentare una terapia risolutiva. “È una questione psicologica, passerà. Sarà stato lo stress, sono cose che succedono”, gli dicevano. 

Ogni volta che usciva in strada, che si mescolava alla folla, quel ticchettio aumentava, rimbombando dentro di lui come un ronzio assordante. Cercava di capire le parole di chiunque parlasse davanti a lui leggendone le labbra. Non l'aveva integrato nella sua vita come un talento, ma era semplicemente l'unico espediente che aveva trovato per poter vivere e riuscire a comunicare. L'intensità dei tic tac cambiava da persona a persona; a volte rimbombava un suono così forte da poter assordire le orecchie, altre volte somigliava al rumore prodotto da un orologio a carica. Era come se dentro di lui ci fosse una fabbrica: gli ingranaggi della macchina si incastravano l'uno nell'altro e, a ogni urto, spostavano i suoi organi. Lo sguardo di alcune persone, un odore che loro stessi non percepivano, determinavano il ritmo dei tic tac.

 

Proprio come i tic tac si scontravano tra loro, anche il tempo avanzava e, con il passare degli anni, iniziava ad abituarsi a questa situazione. Dal momento in cui aveva udito quel suono, era come se fosse stato maledetto. Non riuscì né a frequentare la scuola come si deve, né a imparare un mestiere. Non appena usciva da scuola, tornava a casa di corsa e, senza nemmeno cambiarsi i vestiti, appendeva quel ticchettio interiore da una parte. Quando entrava nella sua stanza, almeno riusciva a sopportare quel suono che non lo affaticava, profondo, simile a un ronzio nelle orecchie. Quei rumori incessanti erano diventati come la colonna sonora della sua vita. Si innamorò, cercò di esprimersi, ma le voci dentro di lui non glielo permisero. Ogni volta che incontrava qualcuno, ogni volta che cercava di fare un passo verso una persona che gli scaldava il cuore, non riusciva a formulare una frase. Qualunque cosa gli dicesse chi aveva di fronte, l'unica cosa che sentiva era ciò che aveva dentro di sé. Dopo aver terminato il liceo a fatica, partì per il servizio militare. Persone che non conosceva, un luogo diverso, forse avrebbero potuto fargli dimenticare la voce che aveva dentro di sé. A partire dall'infanzia, non c'era metodo che non avesse provato; aveva cercato di mettere in pratica, con la speranza di trovare una soluzione, tutto ciò che gli veniva in mente. Il primo giorno in cui entrò nella camerata credette di impazzire, gli sembrava che quel rumore stesse per esplodergli dentro. Ogni volta che cercava di spiegare il suo problema, gli altri lo guardavano come si guarda un pazzo. Durante il servizio militare non parlò a nessuno delle voci che aveva dentro. Resistette. Sentiva che sarebbe impazzito e sarebbe morto. Pensando che forse quel suono avesse un punto d'arrivo, un limite a cui potesse arrivare, continuò ad affrontarlo ostinatamente. 

Il tempo scivolò via, passò così velocemente che non gli rimase in mano nulla di concreto. La cosa peggiore fu perdere le proprie emozioni. Tutto si dissolse nella monotonia e lui costruì una vita rinchiuso nella propria stanza. Guadagnava qualche soldo con piccoli lavori al computer illudendosi di essersi costruito una vita senza mai uscire di casa. Non riuscì nemmeno ad andare ai colloqui di lavoro, per la paura. Tornato dal servizio militare, aveva sostenuto alcuni colloqui di lavoro, ma era stato trattato come un pazzo e si era sentito umiliato. Più le voci aumentavano, più si isolava. Prese peso. Pensava che, mangiando, sarebbe riuscito a soffocare il rumore che aveva dentro di sé. A volte funzionava davvero: ogni volta che trovava qualcosa che gli facesse dimenticare quelle voci, mangiava ancora di più... A trent'anni arrivò a pesare centotrenta chili.

Viveva nello spazio che separava la sua stanza dal bagno. A parte per il cibo ordinato da fuori e, ogni tanto, i piatti cucinati dalla madre e mandati a casa, non apriva nemmeno la porta d'ingresso. Per non parlare di uscire fuori: a volte persino mettersi a letto a dormire diventava una fatica enorme. Ogni volta che decideva di uscire, quei tic tac fino ad allora latenti bastavano a fargli perdere la testa. Rimaneva fermo sulla soglia, come se i piedi fossero inchiodati al pavimento; sudava e non riusciva a respirare. Quel giorno indossò i vestiti nuovi comprati di recente. Aveva preso una decisione: sarebbe uscito e avrebbe camminato per le strade dove non metteva piede da un anno. Arrivò davanti alla porta.

Forse, se fosse riuscito ad aprirla ed a uscire tutto d’un fiato, il resto sarebbe venuto da sé. Aprì la porta. Inspirò profondamente. Ma proprio mentre stava facendo il primo passo, fu come se qualcuno avesse premuto un pulsante invisibile: il suono non riecheggiò più soltanto dentro di lui, ma anche nella casa, nella strada, ovunque. Non ce la fece. Con passi pesanti si diresse verso il bagno e si lasciò cadere di colpo nella vasca con il suo corpo pesante. Aveva paura dei pensieri che gli attraversavano la mente, ma ciò che temeva era nulla in confronto con ciò che stava vivendo. Prese una lametta in mano. Non riusciva più a trovare dentro di sé la forza per andare avanti. Ogni volta che entrava in casa, la voce nella sua testa si affievoliva. Ma quella volta no. Anzi, sembrava diventare sempre più forte. Il suo sguardo era fisso sui polsi. Gli sembrava la cosa che richiedesse meno sforzo. Non riusciva ad immaginare un’altra via. Fece un respiro profondo. Guardò i suoi polsi. Chiuse gli occhi. Oltre alla voce che gli rimbombava dentro, sentì un leggero rumore. Riaprì gli occhi e vide un gatto tigrato con gli occhi verdi che lo fissava dal centro del bagno. Lasciò uscire il respiro. Pensò che fosse entrato dalla porta rimasta aperta. Prima cercò di cacciarlo con la voce, poi con la mano che stringeva la lametta.

“Sciò… Vai via.”

Il gatto continuava a fissarlo senza distogliere lo sguardo.

“Sciò, vai… Vattene.”

Il gatto appoggiò la coda a terra e, senza distogliere lo sguardo, disse:

“Stai bene?”

L'uomo pensò di essere impazzito del tutto. Del resto, erano anni che veniva etichettato come pazzo, perciò il fatto che il gatto parlasse non lo sorprese più di tanto.

“Credo di essere impazzito del tutto.”

“No, no, non sei impazzito.”

“Come sarebbe?”

“La porta era aperta, sono entrato. Non sei impazzito, insomma.”

“Non è il fatto che tu sia entrato. È il fatto che tu stia parlando a farmi impazzire...”

Il gatto fece una smorfia e si avvicinò ancora un po' all'uomo.

“Che cosa credi di fare?”

“Mi stai chiedendo conto di quello che faccio? Ci mancava solo che fosse un gatto a chiedermi spiegazioni, e adesso è successo anche questo.”

“Forse sei un po' troppo permaloso?”

Il gatto si avvicinò ancora di più. Con i suoi occhi verdi fissava la lametta. L'uomo fece un respiro profondo. Tenendo la lametta tra la punta delle dita, la mostrò al gatto.

“Non sono permaloso. Sono molto stanco, non ce la faccio più ad andare avanti. Perché non lo capisci?”

“Capisco. Sono le voci che hai dentro ad averti sfinito.”

L'uomo rivolse lo sguardo al gatto.

“Come fai a sapere delle voci che ho dentro?”

“Io lo so.”

“Che significa?”

“Il fatto che io parli non ti ha sorpreso poi così tanto.”

“Che cosa vuoi da me?”

“Io non voglio niente. Sei tu che non sai che cosa vuoi.”

“Non ho più la forza di desiderare niente.”

L'uomo respirò lentamente e chiuse gli occhi; nella sua voce c'era come una profonda rassegnazione.

“Non riesco a trovare una via d'uscita.”

“Una via c'è sempre.”

L'uomo sorrise senza aprire gli occhi.

“Io non l'ho trovata.”

Il gatto balzò da dove si trovava sull'angolo della vasca da bagno. Lo guardava con i suoi occhi verdi. Posò una zampa sulla spalla dell'uomo senza ritrarla. L'uomo aprì gli occhi pieni di lacrime. I suoi occhi incontrarono quelli verdi del gatto. Il gatto si avvicinò ancora un po'.

“Una via d’uscita c'è sempre.”

Lo sguardo dell'uomo si perse nell'oscurità.

Cercava di disperdere, con il proprio respiro, il buio che gli era calato sugli occhi. Gli sembrò che fosse trascorso molto tempo. Aprì lentamente gli occhi. Davanti a lui due occhi verdi lo stavano osservando. Cercò di capire dove si trovasse. Lasciò uscire il respiro che aveva trattenuto. Alzò gli occhi verso il soffitto. Senza girare la testa, cercò di capire, con lo sguardo, dove fosse. L'infermiera, che lo osservava con i suoi occhi verdi, riappese la flebo al suo sostegno. Poi iniziò a parlare con voce sorridente:

“Stai bene?”

L'uomo cercò di capire che cosa fosse successo. Notò il polso sinistro e si ricordò di esserselo tagliato con una lametta. L'infermiera, che lo guardava con i suoi occhi verdi, si avvicinò un po' di più.

“Oggi stai meglio.”

L'uomo fece un respiro profondo. Non riusciva a distogliere lo sguardo dagli occhi dell'infermiera... Voleva rispondere, ma prima della voce, cercò dentro di sé. C'era un silenzio profondo. I tic tac non c'erano più. Erano scomparsi. Sentiva il canto degli uccelli all'esterno, il frullare delle loro ali, il profondo silenzio della stanza. Avrebbe voluto scoppiare a piangere; guardò l'infermiera.

“Le voci nella mia testa… non ci sono più. Sono sparite.”

Non riuscì a trattenersi e scoppiò a piangere. Nella stanza regnava un silenzio pieno di pace. L'infermiera, guardandolo con i suoi occhi verdi, disse:

“Una via d’uscita esiste sempre.”


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