R#008 / L'ODORE / KOKU
Racconto di Engin Akyürekpubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.8 / Maggio - Giugno 2016:
(contenuto in Sessizlik)Tanti anni fa...
Un odore aveva
cominciato a diffondersi dall'interno della mia borsa. Mi ci era voluto tanto
tempo per capire la fonte di quel profumo, quanto ne serve a un bambino con il
grembiule rosso per imparare a memoria le tabelline. L'odore che si diffondeva
dal mio quaderno aveva preso possesso dell'interno della mia borsa; la mia
borsa era diventata ormai la borsa di qualcun altro, era venuta a dirmi addio.
Quell'odore era il profumo che la gomma profumata di Ayça, che sedeva nel banco
accanto al mio e i cui denti davanti sembravano rosicchiati da un topo, aveva
trasmesso alla mia borsa e a me. L'odore che si diffondeva dalle pagine del mio
quaderno aveva creato il mondo profumato di quel bambino che a casa, seduto
alla scrivania, cercava di studiare. Il rapporto tra il cancellare e il profumo
assomigliava più a una lezione di vita che alla filosofia: era semplice e
reale. Cancellare, in fondo, significava anche un po' nascondere. Come si
collezionano i francobolli, avevo iniziato a raccogliere i miei ricordi insieme
a quell'odore che si diffondeva da quel quaderno. Era l'inizio di una passione
che sarebbe diventata il passatempo più bello del mondo. Mentre cancellavo una
virgola messa nel posto sbagliato, quante cose avevo registrato nella memoria! La
gomma di Ayça, i cui denti davanti sembravano rosicchiati da un topo, era
diventata il registratore più potente del mondo. Avrei potuto attribuire
proprio a questo il fatto che le cose che ho cercato di cancellare nel corso
della mia vita continuassero a emanare un profumo. Cercare di cancellare era un
atto sovrumano, e la vita non accettava errori di punteggiatura, proprio come
il cancellare una virgola. Forse, anni dopo, non avrei più ricordato il viso di
Ayça, ma ogni cosa condivisa su quel banco di scuola, insieme a quel profumo,
si sarebbe impressa nella mia mente e, insieme alla mia mente, si sarebbe
insinuata nel mio futuro.
Anni dopo...
Ero in libreria. Nel
mio stato più distratto, stavo girando tra gli scaffali dei libri meno venduti.
Più che in una libreria, mi sentivo come al supermercato, intento a compiere un
viaggio letterario tra le varie corsie. Svoltando verso il reparto di
letteratura turca, all'improvviso il mio cappotto, le mie mani e i miei piedi iniziarono
a profumare intensamente. Annusavo a destra e a sinistra, chiedendomi se non
fosse stata la ragazza ferma tra i libri di crescita personale ad averlo
spruzzato. Più camminavo, più l'odore aumentava; con il mio stesso respiro
esalavo nell'aria "monossido di profumo". Perché questo profumo, che
creava dei cuoricini giganti entro i confini del mio olfatto, aveva avvolto
tutto il mio corpo?
Uscito dalla
libreria, entrai nel bagno del caffè
dall'altra parte della strada; lavandomi le mani e il viso, volevo solo
liberarmi di quell'odore. Mentre mi lavavo il viso, incrociai lo sguardo con me
stesso nel punto dello specchio in cui cadevano i miei occhi e, dicendomi che
forse si trattava solo di un sogno, mi gettai una manciata d'acqua in faccia.
Al bussare della porta, quel leggero tocco mi riportò alla realtà; così, senza
neanche asciugarmi il viso, lasciai il bagno ormai profumato all'uomo che
aspettava in fila. Guardai con profonda invidia l'uomo che avevo appena
incrociato sulla porta. Era impossibile che non avvertisse l'odore che emanavo,
e condividere quel profumo con quell'uomo aveva riportato nella mia vita la
parola "gelosia". Camminavo a passi rapidi e, di tanto in tanto,
girando il naso a destra e a sinistra insieme alla testa, individuavo i punti
del mio corpo da cui proveniva il profumo. Sapevo che dovevo andare a casa,
mettermi sotto la doccia e liberarmi di quell'odore il prima possibile. Non
appena si apriva il file di salvataggio dei ricordi, il mondo poteva
trasformarsi all'improvviso in un calderone di profumo. Mentre il mio naso,
ormai stanco di annusare, sembrava quasi scambiarsi di posto con la bocca, incontrai
uno di quegli amici che ti compaiono davanti nei momenti più assurdi:
“Ehi, come va?”
Usando una delle mie
solite frasi di circostanza, risposi:
“Bene, tu?”
“Bene! Senti, se non
hai impegni, vieni a berti un tè con me.”
“Devo andare a casa.”
“Dai, giusto un
tè...”
“Senti... ma io, ho
addosso qualche strano odore?”
“Tipo di sudore?”
“Ma non lo senti
questo odore?”
“Nooo...”
Le tre "o"
di quel "nooo" che in turco non ha un vero e proprio corrispettivo
formale, mi confusero le idee del tutto. Quel ragazzo doveva avere i tubi sotto l'arcata del naso completamente otturati.
“In che senso? Non
senti nessun odore provenire da me?”
“Nooo...”
Dopo essermi separato
dal mio amico, in un momento del tutto privo di riscontri olfattivi, ero
ritornato in libreria. In realtà, sapevo benissimo cosa dovevo fare. Avevo
bisogno di tre cose, ma ero venuto in particolare per fare visita alle gomme
profumate.
Ce n'erano di variopinte, dai nomi sconosciuti e con le sembianze di personaggi dei cartoni animati, che profumavano di detersivo. Senza dare nell'occhio, ne scovai una con un profumo simile a quella di Ayça; presi con me anche un quaderno e una penna ed uscii dalla libreria.
A un tavolo, con una
penna in mano e un foglio bianco... La gomma profumata era l'ospite d'onore del
tavolo, proprio come un protagonista che sembra conoscere l'importanza del
momento in cui entrerà in scena. Quel profumo si era materializzato come se
fosse ormai parte di me e, muovendosi, aveva iniziato a colorare il tavolo a
cui ero seduto. Avevo cominciato a mettere per iscritto la fonte di quel profumo. Il nostro
primo incontro, la prima frase, il primo ciao...
CIAO
CIAO
Prima ancora di aver
finito metà del tè che avevo davanti, avevo già riempito pagine e pagine.
L'armonia creata da quelle belle frasi erompeva dalle prigioni di Yedikule (1) della mia mente. Non volevo
cancellare nulla: ogni cosa era reale tanto quanto ciò che stavo scrivendo. Nel
descrivere il suo profumo, senza inserire neanche una virgola, tratteggiavo
tutti i fiori possibili.
CIAO
Tutto proseguiva
nell'innocenza creata da quel semplice "ciao". Non avevo un
vocabolario adatto a scrivere frasi cattive. Man mano che scrivevo, sentivo che
il profumo avvolto attorno al mio corpo iniziava a dissolversi. Su ogni singolo
predicato si imprimeva l'odore del basilico, e la crudeltà o la ribellione del
verbo si arrendevano alla forza racchiusa nel suo soggetto.
CIAO
Lo scrivevo
sottolineandolo, come se fosse la parola d'amore più bella del mondo. Sapevo
che alcune parole hanno un profumo e che le stanze dei grandi poeti profumano
più intensamente di qualsiasi fragranza che una maison di profumi possa mai
creare.
Il tè davanti a me
non lo bevevo, perché c'erano frasi in cui il tè lo avevamo bevuto insieme. Ciò
che si impregna nei ricordi può essere più intenso, più corposo,
del tempo presente. Il tintinnio del cucchiaino nella tazza era più eloquente
di qualsiasi moderno segnale di luogo e di tempo. Sul mio volto c'era un
sorriso largo come una brioche a mezzaluna. Un sorriso che aspettava solo di
distendersi sul mio viso, sospeso tra le labbra e i denti.
Quando sollevai la
testa da ciò che stavo scrivendo, incrociai lo sguardo dell'amico che avevo
incontrato poco prima per strada. Il sorriso che avevo sul viso scivolò via, tra
i denti, fino alle viscere. Si avvicinò e, con un tono carico di tutta l'ironia
possibile, disse:
“Ehi, che succede?
Non dovevi andare a casa?”
“Ho pensato di
fermarmi a bere un tè.”
Con un colpo secco
tirò fuori la sedia e si sedette di fronte a me.
“Ah, allora mi bevo
un tè anch'io.”
Poi, all'improvviso,
si alzò in piedi e cominciò a inspirare ed espirare rumorosamente con il naso,
come un toro.
“Ehi, ma che ti prende?
Ti sei forse lavato con un profumo da donna? Ti profuma tutto il corpo!”
Scaldando di nuovo il mio sorriso sulle labbra, risposi:
“Nooo...”
-------------------------
(1) le prigioni di Yedikule: si
tratta di una celebre e antica fortezza di Istanbul, storicamente usata come
prigione di massima sicurezza per prigionieri illustri e intrisa di storie cupe. Il protagonista del racconto la usa come metafora dei recessi più profondi, oscuri e
"sotto chiave" della propria mente, dai quali i ricordi e le parole
finalmente si liberano ed erompono.
🐞
Tanti anni fa...
Un odore aveva
cominciato a diffondersi dall'interno della mia borsa. Mi ci era voluto tanto
tempo per capire la fonte di quel profumo, quanto ne serve a un bambino con il
grembiule rosso per imparare a memoria le tabelline. L'odore che si diffondeva
dal mio quaderno aveva preso possesso dell'interno della mia borsa; la mia
borsa era diventata ormai la borsa di qualcun altro, era venuta a dirmi addio.
Quell'odore era il profumo che la gomma profumata di Ayça, che sedeva nel banco
accanto al mio e i cui denti davanti sembravano rosicchiati da un topo, aveva
trasmesso alla mia borsa e a me. L'odore che si diffondeva dalle pagine del mio
quaderno aveva creato il mondo profumato di quel bambino che a casa, seduto
alla scrivania, cercava di studiare. Il rapporto tra il cancellare e il profumo
assomigliava più a una lezione di vita che alla filosofia: era semplice e
reale. Cancellare, in fondo, significava anche un po' nascondere. Come si
collezionano i francobolli, avevo iniziato a raccogliere i miei ricordi insieme
a quell'odore che si diffondeva da quel quaderno. Era l'inizio di una passione
che sarebbe diventata il passatempo più bello del mondo. Mentre cancellavo una
virgola messa nel posto sbagliato, quante cose avevo registrato nella memoria! La
gomma di Ayça, i cui denti davanti sembravano rosicchiati da un topo, era
diventata il registratore più potente del mondo. Avrei potuto attribuire
proprio a questo il fatto che le cose che ho cercato di cancellare nel corso
della mia vita continuassero a emanare un profumo. Cercare di cancellare era un
atto sovrumano, e la vita non accettava errori di punteggiatura, proprio come
il cancellare una virgola. Forse, anni dopo, non avrei più ricordato il viso di
Ayça, ma ogni cosa condivisa su quel banco di scuola, insieme a quel profumo,
si sarebbe impressa nella mia mente e, insieme alla mia mente, si sarebbe
insinuata nel mio futuro.
Anni dopo...
Ero in libreria. Nel
mio stato più distratto, stavo girando tra gli scaffali dei libri meno venduti.
Più che in una libreria, mi sentivo come al supermercato, intento a compiere un
viaggio letterario tra le varie corsie. Svoltando verso il reparto di
letteratura turca, all'improvviso il mio cappotto, le mie mani e i miei piedi iniziarono
a profumare intensamente. Annusavo a destra e a sinistra, chiedendomi se non
fosse stata la ragazza ferma tra i libri di crescita personale ad averlo
spruzzato. Più camminavo, più l'odore aumentava; con il mio stesso respiro
esalavo nell'aria "monossido di profumo". Perché questo profumo, che
creava dei cuoricini giganti entro i confini del mio olfatto, aveva avvolto
tutto il mio corpo?
Uscito dalla
libreria, entrai nel bagno del caffè
dall'altra parte della strada; lavandomi le mani e il viso, volevo solo
liberarmi di quell'odore. Mentre mi lavavo il viso, incrociai lo sguardo con me
stesso nel punto dello specchio in cui cadevano i miei occhi e, dicendomi che
forse si trattava solo di un sogno, mi gettai una manciata d'acqua in faccia.
Al bussare della porta, quel leggero tocco mi riportò alla realtà; così, senza
neanche asciugarmi il viso, lasciai il bagno ormai profumato all'uomo che
aspettava in fila. Guardai con profonda invidia l'uomo che avevo appena
incrociato sulla porta. Era impossibile che non avvertisse l'odore che emanavo,
e condividere quel profumo con quell'uomo aveva riportato nella mia vita la
parola "gelosia". Camminavo a passi rapidi e, di tanto in tanto,
girando il naso a destra e a sinistra insieme alla testa, individuavo i punti
del mio corpo da cui proveniva il profumo. Sapevo che dovevo andare a casa,
mettermi sotto la doccia e liberarmi di quell'odore il prima possibile. Non
appena si apriva il file di salvataggio dei ricordi, il mondo poteva
trasformarsi all'improvviso in un calderone di profumo. Mentre il mio naso,
ormai stanco di annusare, sembrava quasi scambiarsi di posto con la bocca, incontrai
uno di quegli amici che ti compaiono davanti nei momenti più assurdi:
“Ehi, come va?”
Usando una delle mie
solite frasi di circostanza, risposi:
“Bene, tu?”
“Bene! Senti, se non
hai impegni, vieni a berti un tè con me.”
“Devo andare a casa.”
“Dai, giusto un
tè...”
“Senti... ma io, ho
addosso qualche strano odore?”
“Tipo di sudore?”
“Ma non lo senti
questo odore?”
“Nooo...”
Le tre "o"
di quel "nooo" che in turco non ha un vero e proprio corrispettivo
formale, mi confusero le idee del tutto. Quel ragazzo doveva avere i tubi sotto l'arcata del naso completamente otturati.
“In che senso? Non
senti nessun odore provenire da me?”
“Nooo...”
Dopo essermi separato dal mio amico, in un momento del tutto privo di riscontri olfattivi, ero ritornato in libreria. In realtà, sapevo benissimo cosa dovevo fare. Avevo bisogno di tre cose, ma ero venuto in particolare per fare visita alle gomme profumate.
A un tavolo, con una
penna in mano e un foglio bianco... La gomma profumata era l'ospite d'onore del
tavolo, proprio come un protagonista che sembra conoscere l'importanza del
momento in cui entrerà in scena. Quel profumo si era materializzato come se
fosse ormai parte di me e, muovendosi, aveva iniziato a colorare il tavolo a
cui ero seduto. Avevo cominciato a mettere per iscritto la fonte di quel profumo. Il nostro
primo incontro, la prima frase, il primo ciao...
CIAO
CIAO
Prima ancora di aver
finito metà del tè che avevo davanti, avevo già riempito pagine e pagine.
L'armonia creata da quelle belle frasi erompeva dalle prigioni di Yedikule (1) della mia mente. Non volevo
cancellare nulla: ogni cosa era reale tanto quanto ciò che stavo scrivendo. Nel
descrivere il suo profumo, senza inserire neanche una virgola, tratteggiavo
tutti i fiori possibili.
CIAO
Tutto proseguiva
nell'innocenza creata da quel semplice "ciao". Non avevo un
vocabolario adatto a scrivere frasi cattive. Man mano che scrivevo, sentivo che
il profumo avvolto attorno al mio corpo iniziava a dissolversi. Su ogni singolo
predicato si imprimeva l'odore del basilico, e la crudeltà o la ribellione del
verbo si arrendevano alla forza racchiusa nel suo soggetto.
CIAO
Lo scrivevo
sottolineandolo, come se fosse la parola d'amore più bella del mondo. Sapevo
che alcune parole hanno un profumo e che le stanze dei grandi poeti profumano
più intensamente di qualsiasi fragranza che una maison di profumi possa mai
creare.
Il tè davanti a me
non lo bevevo, perché c'erano frasi in cui il tè lo avevamo bevuto insieme. Ciò
che si impregna nei ricordi può essere più intenso, più corposo,
del tempo presente. Il tintinnio del cucchiaino nella tazza era più eloquente
di qualsiasi moderno segnale di luogo e di tempo. Sul mio volto c'era un
sorriso largo come una brioche a mezzaluna. Un sorriso che aspettava solo di
distendersi sul mio viso, sospeso tra le labbra e i denti.
Quando sollevai la
testa da ciò che stavo scrivendo, incrociai lo sguardo dell'amico che avevo
incontrato poco prima per strada. Il sorriso che avevo sul viso scivolò via, tra
i denti, fino alle viscere. Si avvicinò e, con un tono carico di tutta l'ironia
possibile, disse:
“Ehi, che succede?
Non dovevi andare a casa?”
“Ho pensato di
fermarmi a bere un tè.”
Con un colpo secco
tirò fuori la sedia e si sedette di fronte a me.
“Ah, allora mi bevo
un tè anch'io.”
Poi, all'improvviso,
si alzò in piedi e cominciò a inspirare ed espirare rumorosamente con il naso,
come un toro.
“Ehi, ma che ti prende?
Ti sei forse lavato con un profumo da donna? Ti profuma tutto il corpo!”
Scaldando di nuovo il mio sorriso sulle labbra, risposi:
“Nooo...”
(1) le prigioni di Yedikule: si
tratta di una celebre e antica fortezza di Istanbul, storicamente usata come
prigione di massima sicurezza per prigionieri illustri e intrisa di storie cupe. Il protagonista del racconto la usa come metafora dei recessi più profondi, oscuri e
"sotto chiave" della propria mente, dai quali i ricordi e le parole
finalmente si liberano ed erompono.
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