R#009 / LA VECCHIA ZIA / YAŞLI TEYZE

 

Come forse avrete intuito, i colori che scelgo di volta in volta per le immagini che introducono il racconto, sono sfumature suggerite da quelli della copertina del numero di Kafasina Göre in cui era stato pubblicato. Stavolta però, la forte emozione generata dalle parole che evocano il sentimento del tifo calcistico (che conosco bene, pur sostenendo un’altra squadra), mi ha indotto a fare un’eccezione, anche in onore della generosità di Hakan e del nostro narratore. Trovate però l’immagine della copertina originale qui sotto. Ah, dimenticavo, il bianco e il nero, con un tocco di rosso, sono i colori della squadra di calcio dei protagonisti di questa storia, ma anche e soprattutto di Engin Akyürek: il Beşiktaş!

Racconto di Engin Akyürek
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.9 / Luglio - Agosto 2016:

(contenuto in Sessizlik)

Inventato il fucile, svanito è l’onore.
La spada ricurva è condannata alla ruggine.
Köroğlu (1) 

Arrivò il fucile e tramontò il valore. È arrivato Google e le enciclopedie si sono volatilizzate come fossero coupon. Quei motori di ricerca che avevamo acquistato raccogliendo centottanta coupon hanno iniziato a ingiallire tra le scatole di cartone. La nostra fonte di conoscenza decorativa ha abbandonato i nostri salotti, le nostre stanze, lasciandoci soli. Le informazioni penetrate nei nostri telefoni hanno iniziato a imputridire nel palmo delle nostre mani, come la discarica di Maltepe. E allora, ormai la spada deve arrugginire nel fodero...

Un'auto ci era sfrecciata accanto, mischiando fumo alla polvere. Hakan, con la sua solita faccia sorridente, aveva sparato la cifra a vari zeri del prezzo della macchina, esclamando: “Guarda che macchina, diesel!”. Era fantastico avere qualcosa di cui parlare mentre andavamo a scuola. La nostra strada era polverosa, ma ai piedi avevamo le scarpe della festa. Camminare parlando di macchine era stendere l'asfalto sulle strade polverose. Se dovessi descrivere le strade che percorrevamo, potrei parlarvi solo di terreni incolti tra un palazzo e l'altro. Dire terreno incolto significava dire pallone, significava dire gioco. Io e Hakan ci eravamo guardati. I nostri erano gli sguardi di due ragazzini che morivano dalla voglia di prendere a calci un pallone. Hakan mi aveva fatto un cross perfetto con gli occhi e, scaraventando la cartella in un angolo, era scattato verso lo spiazzo aspettando che io facessi gol. «Metin, Ali, Feyyaz!» aveva urlato. Dire Metin, Ali, Feyyaz significava dire gol... (2) Così anch'io gli ero corso dietro in mezzo alla terra battuta a tirare due calci. Trasformata la mia cravatta, ormai ridotta a una testa di spillo, in una fascia da capitano, avevo iniziato a scambiare passaggi con Hakan. Le nostre ascelle sudate e la nuca avevano creato un'aria densa, impregnata di un pungente odore di adolescenza. Alla seconda ora, l’insegnante di geografia avrebbe potuto spiegare la geografia dei continenti semplicemente guardandoci in faccia: Hakan, con il viso madido di sudore, si sarebbe prestato a fare la parte dei deserti africani, mentre io avrei potuto benissimo impersonare le zone più infuocate dell'atlante. Non sapevamo nemmeno con chi stessimo giocando; ognuno era rapito dal brivido di calciare quel pallone di plastica non appena se lo trovava davanti. Più che una partita di calcio, sembrava una giostra di cirit (3) ... Eravamo felici così, con addosso la leggerezza fisica di chi ha saltato la prima ora. Una leggerezza che non aveva nulla a che fare col fatto che la prima ora fosse proprio fisica. Era l'estasi del bigiare che prendeva forma su quel campo di terra battuta. E c'era anche un'altra verità: quando si è figli dello stesso quartiere, passarsi la palla a vicenda diventa un obbligo formale tanto quanto un certificato di residenza. Mentre i calci che incassavo sui pantaloni buoni (4) erano il timbro ufficiale impresso da un altro quartiere...

Dopo aver corso e tirato calci, imperlato di sudore, mi ero rotolato ai piedi del muro. Raccoglievo con la mia lingua, goccia a goccia, le perline di sudore che grondavano dal mio naso e dalla mia bocca come se tirassi un rosario. Avevo una tale sete da non accorgermi nemmeno della vecchia zia che mi si era avvicinata... Quando si ha così tanta sete, anche la vita intorno ammutolisce.

“Creatura mia...”

Quando alzai la testa, due occhi pieni di compassione e un corpo logorato dagli anni mi stavano guardando.

“Prego, zia (5)?”

“Figlio mio, non fraintendermi, io non sono una mendicante”.

Le parole della zia "non sono una mendicante" erano il piccione viaggiatore che preannunciava l'arrivo di una richiesta. Il marito dell'anziana donna era morto l'anno prima, la sua pensione di vecchiaia era stata pignorata a causa dei debiti del figlio sciagurato, e lei si era ritrovata alla mercé di tutti, persino di me che grondavo sudore… Le cose raccontate dalla zia avevano scatenato veri e propri tsunami sulla mia lingua assetata. Mi ero rattristato; a quanto pare, quando si ha sete, ci si riesce a intristire in modo particolarmente intenso. La vecchia zia voleva da me i soldi per le medicine. Ma io ero uno studente, e il mio budget, tarato al massimo sul prezzo di un toast lingua e kaşar (6), non dico che potesse comprarle i farmaci, ma non avrebbe potuto creare nemmeno un effetto placebo. «Hakan!» avevo gridato. Hakan, sollevando la testa per guardare, aveva capito la situazione e mi aveva raggiunto subito. La signora anziana, senza alcun imbarazzo o stanchezza, e forte del mio sostegno, aveva raccontato la sua storia anche a lui. Come se non fossero bastate le nostre facce sudate, a sentire quel racconto (adesso) erano sudati anche gli occhi. Io e Hakan ci eravamo guardati di nuovo negli occhi. Questa volta il passaggio l'avevo fatto io. Dovevamo aiutare la zia, almeno dovevamo comprare le sue medicine. Avevo dimenticato la mia sete; anche il mio sudore, asciugandosi sulla pelle, aveva lasciato una sensazione di fresco. Con Hakan ci passavamo la palla su cosa potevamo fare, tuttavia la partita a una sola porta che facevamo con i nostri occhi non aveva ancora un punteggio. Hakan mi prese sottobraccio e mi sussurrò all'orecchio: “Tu porta il salvadanaio che hai a casa. E io i soldi che ha nascosto mio fratello”. Le sue parole dovettero scatenare una sorta di effetto Robin Hood, tant'è che gli risposi: «Va bene». C'era un problema, però: la prima ora era fisica, mia madre era a casa e il salvadanaio si trovava nel punto più centrale della casa, in salotto. Sul viso sorridente di Hakan c'era uno sguardo come se avesse risolto la questione con una serietà che non si aspettava da se stesso: "Diciamo che abbiamo dimenticato il compito. Tu prendi il salvadanaio e io i soldi di mio fratello...”. Perché un piano così semplice non era venuto in mente a me? La gelosia superba, dettata dall'incapacità di risolvere le cose più banali, era stata ospite del mio corpo per due o tre secondi.

“Zia, tu aspetta qui, noi torniamo subito”, avevo detto. L'anziana signora abbandonando il suo corpo sopra una pietra, aveva guardato la nostra faccia come a dire "posso aspettare fino all'infinito". Quell'ultima occhiata ci mise le ali ai piedi (7) e corremmo alle nostre case. Io avevo rubato e portato il salvadanaio della banca, e Hakan era tornato dopo aver sottratto i soldi di suo fratello. In futuro avremmo derubato così anche i nostri figli, diventando dei padri sciagurati? Sulla strada del ritorno, a Hakan venne di nuovo in mente un’idea. La nostra vicina di casa, Nesrin Abla (8), faceva l'infermiera e lavorava al centro medico (del quartiere) della strada sotto la nostra. Avremmo portato la vecchia zia al centro medico per farla curare. Hakan era in stato di grazia quel giorno, ma lungo la strada ero stato io ad avere la delicatezza di infilare il denaro in una busta e di cambiare in banconote intere gli spiccioli del salvadanaio. Dopo aver preso anche la vecchia zia che ci aspettava su quella pietra, ci eravamo diretti al centro medico. La vecchia zia, che accettava senza fare storie qualsiasi cosa le dicessimo, era la voce più giovane della nostra coscienza (9).

Mentre Hakan era dentro il centro medico a parlare con Nesrin Abla, io avevo riempito con i soldi la busta presa in cartoleria e l'avevo consegnata alla vecchia zia. I suoi vecchi occhi si erano riempiti di lacrime, facendo a pezzi ancora una volta il salvadanaio nel salotto. Hakan sporgendo la testa dalla finestra dell'ambulatorio, mi aveva detto: “Vieni, vieni”. All’interno, i neonati che piangevano e i bambini con gli orecchioni che aspettavano in fila, erano come una cartolina della Seconda Guerra Mondiale... Nesrin Abla aveva detto che c'era molta fila e che avremmo aspettato un po'. E, tra una battuta da infermiera e l'altra, non aveva dimenticato di chiedere pure perché non fossimo andati a scuola. Quando io e Hakan uscimmo dall'edificio per andare in cortile, i nostri occhi non riuscirono a trovare la vecchia zia. Provammo a cercare in bagno, nel corridoio, in giardino, persino al campo dove avevamo grondato sudore. Il risultato a cui arrivammo io ed Hakan era questo: la vecchia zia si era vergognata e non aveva voluto subire un'ulteriore umiliazione. Eravamo dei bambini cattivi. Avevamo fatto vergognare la zia. Eravamo degli sconsiderati, ladri dei risparmi dei nostri fratelli, demolitori di salvadanai di oggi, rapinatori di banche di domani. Il giorno seguente raccontammo ai compagni di classe quello che ci era successo. Ognuno si era interessato alla storia della vecchia zia. Se avessimo trovato la zia, avevamo molti amici che aspettavano in fila per aiutare, che avrebbero rubato i soldi del padre. Perfino i nostri insegnanti nella scuola si erano messi in lista per aiutarla. Andavamo a scuola allungando la strada per passare da quel terreno polveroso. La pietra su cui si era seduta l'anziana donna era diventata come la Tomba di Geyikli Baba (10). È fin troppo vero che finimmo per organizzarci una gita mistica, chiamando gli amici di scuola. Negli intervalli delle lezioni, eravamo i ladri benefattori, additati in corridoio.

*  *  *

Ogni storia ha bisogno di tempo perché possa giungere alla sua conclusione. La vecchia zia che avevamo cercato nel campo polveroso, mesi dopo ricomparve davanti a noi in un altro quartiere. Gridammo dalla gioia: avevamo ritrovato la nostra vecchia zia. Avevamo delle domande da farle. Aveva preso le sue medicine? Che ne era stato del suo figlio snaturato e della sua pensione di vecchiaia?

“Zia, dove sei finita?” La vecchia zia ci guardò con aria smarrita, senza riuscire a dire una parola. Hakan attenuò la sua faccia sorridente e, con il viso improvvisamente irrigidito, capì ogni cosa; io, invece, negli occhi silenziosi della zia vidi l'esatto contrario di tutto ciò che ci aveva raccontato.

Per giorni l'avevamo cercata e, aggrappati alla speranza, ci eravamo messi sulle tracce della verità della storia del figlio ingrato e della pensione confiscata. Avevamo voluto dimostrare a noi stessi che la nostra buona fede era fondata. D'ora in poi, di chi avremmo potuto fidarci? Per chi avremmo potuto rubare un salvadanaio? Inoltre, all'occorrenza, quei salvadanai potevano anche essere rubati; potevano persino diventare una garanzia per le opere di beneficenza. “Hai preso le tue medicine?” avevo chiesto. Lo sguardo e lo stupore della zia avevano un significato che oggi riesco a capire.

Non eravamo riusciti ad arrabbiarci con lei e non volevamo essere complici della vergogna che già esisteva. I nostri corpi adolescenti, ingannati, non avevano voluto affrontare la realtà. Avevamo voluto creare una nuova realtà credendo alla nostra stessa bugia. Quando dicemmo che il preside della scuola avrebbe potuto aiutarla, l'espressione che apparve sul volto dell'anziana zia è qualcosa che non voglio nemmeno descrivere. Dal preside della scuola fino ai commercianti del quartiere, tutti conoscevano la storia di quella vecchia zia. I ragazzi più grandi del quartiere avevano perfino progettato di picchiare il suo figlio ingrato. La vicenda si era ingigantita da sola: quel figlio senza cuore si ubriacava e poi picchiava regolarmente la vecchia zia. Più ci rendevamo conto di essere stati ingannati, più ingigantivamo i problemi dell'anziana signora, inventandoci una storia drammatica per coprire la nostra stupidità. Non volevamo passare alla storia come vittime che rubano salvadanai e che sottraggono il denaro del fratello. In situazioni del genere, la creatività e il pettegolezzo non conoscono mai limiti.

La vecchia zia non rispondeva alle nostre domande; taceva. Pensando che si vergognasse, davamo noi stessi, tra di noi, le risposte che lei non dava. Eravamo come i candidati che fanno promesse in occasione delle elezioni comunali. Le avremmo persino comprato i mobili, pur non avendo nemmeno una carta di credito.

La vecchia zia si sistemò il velo che nascondeva i suoi capelli e pronunciò una sola frase:

“Creature mie, voi dove abitate?”

Hakan aveva aperto le braccia a compasso, indicando con la punta delle dita:

“All'ingresso del quartiere di sopra, le nostre case sono una di fronte all'altra.”

Gli occhi della vecchia zia si erano illuminati; si era immaginata i nostri padri e le nostre madri, desiderava conoscere quelle persone caritatevoli che ci avevano cresciuti. Se noi eravamo così, chissà quante cose avrebbero fatto i nostri padri, quanta generosità avrebbero mostrato le nostre madri.

La nostra rabbia si era sciolta dentro di noi, di fronte alla vergogna le nostre guance avevano palesato il loro colore. Immagino ci fosse un piacere primitivo del venire ingannati; cercare di essere una buona persona alzava la soglia del piacere.

Mentre l'anziana signora si voltava incamminandosi su per la salita:

“Zia, non dimenticare! La casa all'ingresso del quartiere di sopra!”



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(1) Con il nome Köroğlu ci si riferisce principalmente al leggendario eroe e poeta menestrello della tradizione turco-centrasiatica, protagonista di un famoso poema epico, ovvero l’Epopea di Köroğlu. L'epopea narra le vicende di un poeta-guerriero che si ribella alle ingiustizie dei sovrani. Nelle versioni Anatoliche e Azere, il suo nome è Ruşen (che significa "luminoso"). Nelle varianti turkmene e uzbeke, è conosciuto come Gurogly ("figlio della tomba"). La storia, risalente al XVI-XVII secolo, è tramandata oralmente ed è ricca di avventure, canti e battaglie.

(2) Metin, Ali, Feyyaz: Questo è un mostro sacro della nostalgia calcistica turca! Si riferisce al leggendario trio d'attacco del Beşiktaş (Metin Tekin, Ali Gültiken e Feyyaz Uçar) che tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 dominò il calcio turco. Per i bambini di quella generazione, pronunciare i loro nomi a raffica durante le partite per strada era il sinonimo assoluto di "calcio spettacolo" e di gol assicurato.

(3) Il cirit è uno sport tradizionale equestre turco di origine centrasiatica, in cui i cavalieri si rincorrono e si lanciano contro dei giavellotti di legno (cirit). Dire che "sembrava di giocare a cirit" significa che la partita era un caos primordiale di ragazzi che correvano all'impazzata e si avventavano sulla palla in modo selvaggio, senza alcuna tattica calcistica.

(4) Tradotto con buoni, ma letteralmente “di stoffa”, ovvero i pantaloni eleganti della divista scolastica, non i jeans.

(5) Zia: In turco è il modo letterale per rivolgersi a qualsiasi donna anziana, anche se non c'è parentela.

(6) Il kaşar (o kaşar peyniri) è uno dei formaggi più famosi, diffusi e amati in Turchia. Se volessimo trovare un parallelo italiano per consistenza e utilizzo, potremmo paragonarlo a una via di mezzo tra una caciotta giovane, una provola dolce o il caciocavallo.

(7) Letteralemente: aveva unto i nostri talloni, nel senso che qualunque ingranaggio, se lubrificato, garantisce il funzionamento senza sforzo.

(8) Nesrin abla: Tradotto letteralmente con "sorella Nesrin" (abla = sorella maggiore), mantenendo l'appellativo di rispetto e affetto.

(9) L'anziana donna, pur essendo la più vecchia di età, rappresentava la parte più pura, sincera e viva della loro coscienza.

(10) Geyikli Baba Türbesi: Geyikli Baba (letteralmente "Padre dei Cervi") è una figura mistica e leggendaria d'epoca ottomana, un derviscio che si diceva vivesse nei boschi cavalcando cervi. La sua tomba (türbe) a Bursa è meta di pellegrinaggi. Dire che la pietra è diventata come la sua tomba significa che quel luogo era ormai considerato sacro, mistico e oggetto di venerazione da parte dei ragazzini.

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