VERTIGINE / RACCONTO SINYORINE

Oggi è il 2 maggio 2026 e quello che segue è un racconto scritto da una delle sinyorine esattamente cinque anni fa, in pieno Covid... 
Quello che viene narrato non è stato inventato, ma è accaduto realmente. 
Leggendo, capirete... Aggiungiamo solo che presto pubblicheremo anche l'intervista da cui sono tratte queste fotografie.
 


E’il due maggio dell’anno del Signore 2021.
Apro gli occhi pensando che a mezzanotte passata, nel dare la buonanotte al compagno della mia vita, non gli ho detto buon compleanno. Mi sono girata e probabilmente addormentata dopo un minuto, come mi succede da alcune settimane.
Guardo la radiosveglia.
Sono le otto passate, quindi magari posso svegliarlo piano piano e piano piano dirglielo adesso.
Lo faccio, mi risponde, poi lo lascio dormire e mi alzo.
Alle 11:40 ho appuntamento con Pfizer, il vaccino anti Covid, e prima devo fare diverse cose.
Vorrei leggere qualche pagina di Ozpetek, ma è troppo tardi.
Scaldo il latte, non troppo, non voglio arrivare al centro vaccinale con la colazione nello stomaco. Prendo i miei biscottini integrali superbuoni, mi accoccolo sul divano, sotto la lampada che illumina ogni libro che leggo e ogni colazione che faccio, anche d’estate.
E’ il dono di una persona a cui voglio molto bene. Tra di noi ci chiamiamo raramente per nome, ma sempre e solo “tesò”.
E’ tardi. Devo finire di compilare i moduli da portare al centro vaccinale e poi preparare la gelatina per la crostata di pesche e fragole che ho finito ieri sera per il compleanno e soprattutto devo spanderla sopra la frutta, cosa che mi procura sempre un filo di preoccupazione perché se sbaglio il tempo di cottura, la maledetta diventa un malloppo inutilizzabile.
E’ davvero tardi, ma mi va di perdere tempo e prendo l’iPad.
Da circa cinque mesi seguo un attore turco che risponde al nome di Engin Akyürek e sono iscritta a un gruppo Facebook di fan italiane.
Ieri sera tardi una mia amica ha pubblicato un video strepitoso che ho visto in anteprima in chat e che non ho potuto commentare perché morivo di sonno.
Voglio farlo adesso e quindi comincio a cercarlo, ma niente. Non lo trovo.
Accendo il pc; chiedo alle due amiche con cui la chat è aperta H24, proprio perché sono Amiche con la maiuscola e non contatti, e una delle due mi dice che il video, pubblicato dall’altra, è su Instagram e non Facebook.
Capisco sempre subito, mezza giornata dopo.
Il video è originalissimo, frizzante, mi fa pensare a un quadro di Picasso e a quanto siamo fuori di testa per quest’uomo: quattro quadranti, quattro suoi personaggi in movimento, con scene, inquadrature, pezzi di storie che si alternano; una sorta di spettacolo pirotecnico, quando alla fine non sai più dove devi guardare, ma al tempo stesso non vuoi tralasciare niente e qui hai la fortuna di poter cliccare e rivedere, fino a perderti e capire che... adesso è davvero tardissimo.
Finisco di compilare i moduli e li infilo nella borsa.
Raccolgo i capelli che in settimana ho fatto colpire di rosso, dicendo alla mia parrucchiera che non mi sarei potuta presentare a fare il vaccino con la testa bianca che mi ritrovavo. Mi aveva risposto giustamente che se lo avessi fatto mi avrebbero spedito al centro vaccinale dello Spallanzani, a fare il vaccino Moderna, quello che qui nella Regione Lazio è riservato agli over ottanta.
Punto le ciocche con un mollettone e filo in cucina.
Bustina, zucchero, acqua, fuoco… Appena inzia a bollire spengo, mescolo, mescolo, mescolo…
E’ molto tempo che non la preparo. L’imbranamento è palpabile, ma alla fine la crostata è ricoperta di gelatina trasparente in modo accettabile, anche se qualche pesca e fragola è rimasta nuda.
Va bene, va bene. Può andare. Dritta in frigo.
Cavoli, quanto è tardi.
Saluto le Amiche in chat e vado a prepararmi.
Prendo dall’armadio una canottierina di cotone color tortora e un golfino blu leggero.
Sbottonerò e scoprirò la spalla.
Semplice.
Alle 10:40 sono pronta e usciamo di casa.
Anche oggi il tempo è da depressione.
Fuori c’è l’odore del silenzio della domenica mattina. Un odore che mi piace.
Il cancello del vialetto che conduce al parcheggio è aperto.
Ho fatto bene a mettere il piumino leggero. Fa freddo o forse è solo paura.
Metto in moto Pandina prima che mio marito chiuda lo sportello.
Lungo il percorso poche macchine, come ogni domenica.
Gli spiego che voglio passare per la via più lunga per poter arrivare di mano rispetto all’ingresso che si trova su una via molto trafficata e larga, che non voglio attraversare.
Quando arriviamo, il marciapiede brulica di persone e auto in divieto di sosta.
Mi accosto e scendo subito, dicendo a mio marito di trovare un posticino per la macchina e poi aspettarmi all’uscita.
All’ingresso c’è una guardia giurata che controlla il foglio di prenotazione. Mi chiede a che ora abbia l’appuntamento, informandomi che alcuni si presentano senza badare all’orario, anche con molte ore di anticipo. Mi indica dove devo mettermi in fila e inizio il percorso.
Registrazione, controllo documenti, colloquio. Non più di quindici, venti minuti per passare da uno step all’altro, poi mi siedo e racconto i miei guai al dottore.
“E’ allergica agli asparagi???”
In questa sede la parola “allergia” ha un peso considerevole, molto più di un paio di aperture di cranio per mettere a posto un aneurisma (tanto per non farsi mancare niente)...
“Se dovesse avere la febbre a 38°, può prendere la Tachipirina.”
Saluto, auguro buon lavoro, mi alzo e vado verso una specie di numeratore, ma quando sto per prendere il bigliettino, un operatore mi dice che non è necessario e mi spiega dove devo andare.
Davanti a me una ragazza con una divisa bianca mi indica l’ingresso successivo, dove sta entrando un signore che era in coda prima di me fin dall’inizio.
In fondo, a sinistra, ultima poltrona.
Verso l’ignoto.
Ma quale ignoto?
Sars Covid-2 è uno schifoso che ha ucciso una marea di persone, incluso il fratello di un ex compagno di scuola di mio fratello, quindi coraggio, mi dico.
E’ arrivato il momento di tirare fuori le palle e dargli il benservito a sto maledetto.
Mi accoglie un’altra ragazza.
Il capannone è disseminato di poltrone azzurre.
“Dove devo sedermi?”
Raggiungo il mio posto, ma perdo tempo a sistemare il piumino.
Mentre sto ancora infilando la borsa al bracciolo, mi sento chiedere da una voce femminile bardata tipo astronauta:
“Dove la vuole? Destra o sinistra?”
“Ah, pensavo non si potesse scegliere…”
Invece posso, mi dice, e io opto per “a sinistra”.
Sto trafficando coi bottoncini del golfino quando vedo che lei è già con la siringa pronta.
Tiro via tutto alla velocità della luce e lei con la stessa rapidità mi infilza, senza che io abbia il tempo di pensare “rilassati”.
Sento il contatto con l’ago, ma non la puntura, ne’ tantomeno dolore.
Sento che è dentro il mio braccio, ma niente altro.
Ma chi è questa? La fatina delle favole?
Indugia.
Deve esserci parecchio liquido in quella cannuccia.
Faccia pure, non mi fa male.
Estrae, mi dice di premere il batuffolo di cotone mentre lei va a prendere del nastro adesivo per fermarlo. Obbedisco.
“Adesso deve aspettare quindici minuti in quella sala d’attesa.”
“E’ stata molto brava” – le rispondo.
I suoi occhi sorridono: “Grazie, signora!”
Mi sistemo; piano piano mi alzo e poi vado verso la sala "di decantazione".
Trovo una seggiolina libera di fronte alla porta di uscita, da cui poco dopo riesco a intravedere e salutare mio marito.
Sono circondata da molte persone opportunamente distanziate, apparentemente tutte più grandi di me.
Prendo il telefono.
Sono le 11:29. Due numeri che per molti anni mi hanno ossessionato.
Ci sono una marea di notifiche di Messenger.
Cosa sarà successo???
Di solito di domenica l’attore turco posta una foto su Instagram…
Apro la chat; scrivo “Fatto! Mo devo aspettà 15 minuti” e poi scorro all’indietro per capirci qualcosa e il cursore si ferma su queste parole:
“Quando torna Grace vedi tu che reazione…no quella del vaccino!
Toccherà avvisarla…”

Le parole sono corredate di faccine che ridono.
Non può essere per una foto.
So che una giornalista recentemente aveva annunciato la pubblicazione imminente di una sua intervista ad Akyürek.
Potrebbe essere per quello.
Scorro veloce e leggo la parolina magica: intervista.
Una delle Amiche ha copincollato il link.
Ci clicco e… una, due, tre, quattro, cinque, sei…
Quante sono ‘ste fotooooo???!!!!!
Non so più dove sono, ho gli occhi lucidi, la voglia di urlare; sono imbavagliata da due mascherine, ma rido rido rido pure con le orecchie!
Alzo gli occhi. Ho l'impressione che mi stiano guardando.
Mi stanno guardando.
Come faccio adesso ad aspettare ancora dieci minuti per uscire???!
Guardo le foto con più attenzione.
Sono più belle di mille inquadrature, perché sono lui.
Finalmente sono lui.
Mi colpiscono le sneakers bianche.
Non ne potevo più di vederlo con quegli scarponi neri nella serie tv che seguo da mesi (Sefirin Kizi).
E’ giovane e bellissimo e scrive cose bellissime perché ha una testa e un cuore bellissimi.
E questa intervista, in questo momento, è la cosa più bellissima che potesse capitarmi.
Finalmente Sono le 11:45.
Mi alzo lentamente.
Sento la testa leggera e lo stomaco in rivolta; forse ho fame.
Saluto la guardia giurata all’uscita.
Mio marito è accanto a lei, assieme a varie persone in attesa dei propri parenti o amici.
“Fatto?”
“Fatto. Dove sta la macchina?”
Ho una lieve vertigine, vai a capire per colpa di cosa o di chi.
Penso di entrambi.
Panda è a pochi metri, in divieto di sosta, come le sue colleghe.
“Ah, sta proprio qui! Bene, ma guidi tu.”
“Perché???”
E’ meravigliato: quando siamo insieme guido sempre io.
“Non mi sento bene, ma è perché ho fame. Ho lo stomaco sottosopra e poi…
Mi raccomando, guida con calma, non farmi prendere i colpi…”
Poi… vuoto il sacco. Gli racconto dell'intervista e delle foto. 
Ride. Ridiamo.
Gli avevo detto che se il vaccino mi avesse fatto secca, quale regalo migliore per il suo compleanno?!
Invece siamo insieme, a trentacinque anni dal nostro primo bacio, dopo oltre un anno di pandemia, dopo milioni di ti sei lavato le mani?, dopo centinaia di Engin è, Engin ha fatto, Engin ha detto, dopo un mese di andirivieni dall’ospedale, mentre viviamo l’ansia di un genitore vittima di un pirata della strada e come se non bastasse da un mese ostaggio delle norme ospedaliere dettate da questo virus maledetto.
Sì, si può riuscire ad essere felici nonostante tutto, anche solo con uno sguardo, tre parole, due Amiche innamorate come te, un sorriso, un parcheggio, un pranzo da asporto perché non hai la forza di prepararlo con le tue mani, oppure per un paio di sneakers bianche. 🐞

(Grace)






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