R#007 / SILENZIO / SESSİZLİK

 



Racconto di Engin Akyürek
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n.7 / Marzo - Aprile 2016:

(contenuto in Sessizlik)

Una giornata d'inverno... Era come se avessero piazzato una ghiacciaia sopra Ankara e il vento gelido soffiava, soffiava insistentemente. La neve ricamava le strade con trame sottili e bianche… I tetti candidi, come i pizzi di una sposa novella, dipingevano un quadro di innocenza. Io mi crogiolavo nel tepore del letto, pur di non svegliarmi. Mentre cercavo di continuare a dormire, tirando dentro anche la natica che mi era rimasta scoperta, da fuori arrivavano dei rumori. Tra le strade del quartiere si aggirava una sinfonia di suoni deboli e sgradevoli. Era morto il padre di Selim, uno dei miei migliori amici. L'intero quartiere si passava la voce, diffondendo il silenzio della morte. Ero schizzato in strada senza neanche infilarmi gli scarponi e il giubbotto, ma ero dovuto tornare indietro richiamato dal tipico tono della voce da mamma di mia madre, finendo così per mettermi addosso i miei vestiti di rappresentanza.
Le scarpe ammucchiate davanti alla porta di casa di Selim erano come un quadro che dipingeva il dolore racchiuso all'interno. Si capiva benissimo che erano accorsi tutti in un attimo. Ognuno si era infilato ai piedi quel che era capitato; davanti alla morte, lo spirito di vicinato aveva chiuso un occhio persino sulle infradito. Tra me e me pensavo: 'Ah mamma, ora non diranno mica: guarda questo, è venuto nella casa del morto con gli scarponi e il giubbotto?', come a dire che il tarlo del 'cosa dirà la gente' era entrato persino nella casa del lutto. Quando suonai il campanello, venne ad aprire una bambina piccola; con la sua stessa fanciullezza sembrava quasi rendere ancora più tangibile la realtà della morte, mentre mi indicava dove si trovava Selim. Quando entrai, Selim e i ragazzi del nostro quartiere erano tutti racchiusi in una stanza, intenti a cercare di alleggerire il peso della morte con il loro silenzio. In quella accanto, la madre di Selim e le anziane del quartiere piangevano e, al tempo stesso, levavano lamenti funebri indecifrabili, quasi volessero farli arrivare fino al padre defunto. Proprio di fronte a noi c'era un'altra stanza; lì, gli anziani e i fratelli maggiori del quartiere, dai volti familiari, tenevano gli occhi fissi sul tappeto, senza mai sollevare la testa da terra. Su quel tappeto c'era un motivo che sembrava appartenere a ciascuno di loro. La risposta silenziosa da dare alla morte trovava la sua forma tra quelle geometrie. 'Le mie condoglianze, Selim', gli dissi. E lui rispose: 'Grazie'. Davanti alla morte non avevo altre parole da dire. Così, chinai la testa anch'io, cercando di scorgere tra le geometrie del tappeto una forma che si adattasse al mio mondo interiore. Arrivavano bicchieri di tè, concedendo una pausa ai pianti e i ragazzi del quartiere che erano corsi lì insieme a me si ritrovavano a fare i conti con la fame proprio davanti alla morte. Senza metterci in bocca nemmeno un boccone, volevamo solo schierarci davanti alla morte (1) con l'innocenza del nostro cuore fanciullesco. Riuscivamo a capirci senza nemmeno sollevare lo sguardo, mentre i brontolii che salivano dai nostri stomaci sovrastavano i sussurri del cordoglio. Per fortuna una signora anziana, candida e rassicurante, ci mise davanti dei pasticcini secchi e delle focaccine. In un luogo di sofferenza, nessuno di noi voleva essere il primo a cedere ai piaceri della gola. I bicchieri di tè venivano continuamente riempiti; Selim sollevò lo sguardo e ci disse: 'Forza ragazzi, mangiate'. In quel momento, Selim, rimasto orfano di padre, diventava il padre di tutti noi.

Non ricordo chi fece la prima mossa, ma ricordo che iniziammo a mangiare con una foga tale che le nostre dita si scontravano tra loro. Quando nel corpo di un uomo si nasconde un fanciullo, basta un suo piccolo accenno di sorriso per far sì che persino la realtà più cruda della vita torni a essere, in un attimo, una cosa da bambini. Selim rideva; più noi ci ingozzavamo di focaccine, più lui soffocava dalle risate. A dispetto di tutte le risposte che la scienza o la psicologia avrebbero potuto dare, Selim si ostinava a essere un bambino. Lo stupore nel vederlo ridere durò poco: un attimo dopo ridevamo anche noi, tra le lacrime e i moccoli. La signora anziana e candida, portando altro tè, ci riprese: 'Shhh, vergogna! Ragazzo mio, oggi è morto tuo padre', cercando così di insegnare a Selim e a noi come ci si doveva comportare davanti alla morte. Ma dato che Selim continuava a ridere, gli dissi: 'Selim, che ne dici se usciamo a prendere un po' d'aria?” Il luccichìo sul nostro viso era il trionfo dell'essere bambini sulla morte. Senza dire una parola a nessuno, afferrammo i nostri cappotti e i giubbotti come ladri che rubano la propria refurtiva, e ci fiondammo in strada. Appena fuori, ci mettemmo a correre tutti insieme, dietro a Selim, senza sapere verso dove o per quale motivo. Selim in testa dettava il percorso fra le traverse e quelli che, in una giornata d'inverno, erano venuti con le ciabatte ai piedi, finivano distanziati di tre isolati, arrancando come somari. Quando fummo stanchi ci accovacciammo da qualche parte; sapevamo bene che quel giorno comandava Selim. 'E adesso che facciamo?', gli chiesi. Con gli occhi pieni di dolore, Selim si incamminò a passo spedito, come a dirci di seguirlo. Prima andammo in sala giochi a fare qualche partita; lì, Selim rubò la sessione di gioco a dei bambini più piccoli di noi, scalzandoli con una spallata. Ci eravamo fatti battere da Selim a ogni singolo gioco. Anche se non avevamo l'età per entrare nella sala da biliardo, ci eravamo intrufolati lo stesso portando i saluti dei ragazzi più grandi
(2). Non sapevamo cosa Selim provasse o stesse vivendo, e del resto non potevamo mica sapere tutto; anzi, forse era meglio non sapere. Una volta stufi di quelle stecche da biliardo lunghe quanto noi, ci eravamo gettati di nuovo in strada. Un ragazzino ci aveva intercettati: 'Selim, a casa ti stanno cercando tutti'. Selim gli aveva fatto: 'Ok, tu vai, io sto arrivando', gridando così alle strade di Ankara la sua voglia di vivere quel dolore insieme a noi, a dispetto del fumo gelido che esalava dalla bocca. Eravamo i suoi amici più cari, e i bambini dentro di noi erano già fratelli di sangue. Mentre camminavamo verso il quartiere, quelle risate senza motivo facevano bene contro il freddo di Ankara. Ridere senza una ragione era il nostro modo più naturale per riscaldarci dentro: bastava un sorriso per far sciogliere la neve sui tetti e far sbocciare i fiori. Mentre camminavamo ridendo, i negozianti del quartiere fissavano Selim storto, come a dire: 'Ma è questo il modo di fare di un figlio che ha perso il padre?'. Quella miseria umana travestita da perbenismo, nascosta nei loro sguardi, si replicava puntuale di fronte a ogni dolore e a ogni gioia.

All'improvviso lo zio di Selim ci era apparso davanti dal nulla. Nel vedere Selim ridere aveva aggrottato le sue folte sopracciglia con una ferocia tale che persino la neve sui tetti era gelata all'istante. 'Non ti vergogni? Che ci fai qui fuori? Oggi è morto tuo padre!', aveva tuonato, insieme a quelle sue sopracciglia minacciose... Selim abbassò la testa senza dire una parola, quasi cercasse tra la neve a terra la trama di un tappeto. 'Stavo andando a casa, zio', tagliò corto. A causa di quella sua voce sommessa, che però ci bruciava l'anima, i nostri corpi ancora bambini si erano trasformati all'improvviso in quelli di uomini grandi. Selim è andato sotto le armi. Hakan si è sposato, e Veli è già da un pezzo che ha moglie e figli... Mettemmo la testa a posto e ricominciammo a camminare come uomini, come volevano loro. Mentre il mondo intero pretendeva di insegnare come stare di fronte al lutto, Selim stava trasmettendo a tutti noi un messaggio molto più profondo. Quando lo zio girò l'angolo per andare a sbrigare le faccende del funerale, Selim ci fissò negli occhi: 'Non andiamo a casa', disse. Avevamo risposto di sì a qualsiasi cosa detta da Selim, e meno male che lo avevamo fatto... Trovato un angolo riparato tutto per noi, avevamo cominciato a parlare di cose assurde. Se chiudeste gli occhi per tornare ai giorni in cui eravate bambini e poteste riportare indietro giusto qualche frase, non so cosa scegliereste, ma so per certo che somiglierebbe a quello che raccontava Selim.

Quando ci venne fame, comprammo gassosa e patatine con gli ultimi spiccioli che avevamo in tasca. Ognuno si mise a raccontare della ragazza di cui era innamorato e, tra una bugia e l'altra, ricominciammo a ridere. Il freddo di Ankara non sembrava affatto innocente quanto le bugie di un bambino... Intanto, uno di noi faceva il palo per evitare che la gente del quartiere ci vedesse. Per il terrore del 'chissà la gente cosa dirà', aprivamo persino il sacchetto delle patatine senza fare il minimo rumore. Ma quando Selim cominciò a raccontare della ragazza di cui era innamorato, tutti noi credemmo a ogni sua singola parola, e volevamo crederci con tutto il cuore. Davanti ai nostri occhi, Selim si trasformava in Kerem, diventava Mecnun (3). Anche noi accettavamo di fare i bugiardi e, sorseggiando la nostra gassosa, mettevamo in fila storie mai vissute solo per strappare una risata. Mentre scolava la bottiglia a canna, Selim piantava gli occhi verso le nuvole; quando poi riabbassava la testa, ci guardava con i suoi occhi sofferenti, eppure sorridenti. Forse, guardando il cielo, pensava che suo padre lo stesse fissando da lassù. Forse suo padre gli sorrideva da dietro le nuvole, proprio come Selim sorrideva a tutti noi... Appena prendevamo a parlare, Selim si zittiva limitandosi a sorridere. Io raccontavo qualcosa, e non importava affatto cosa fosse; l'unica cosa che contava era la nostra posizione comune, uniti compatti di fronte al dolore. Eravamo bambini, e lì, su quella pietra fredda, volevamo soltanto rimanere bambini. A tutti, prima o poi, sarà capitato di voler restare bambini. Penso spesso che persino i bambini che hanno vissuto i dolori più grandi, una volta cresciuti e dopo aver superato ogni cosa, desiderino solo tornare bambini. Se vi foste seduti su quella pietra a bere una gassosa insieme a noi, avreste pensato esattamente lo stesso. Veli, che di solito era il più taciturno del gruppo, se ne uscì all'improvviso: 'Razza di orsi (4), ma come vi è venuto in mente di divorarvi quei çörek (5) stamattina?'. A quel punto giù a ridere di nuovo all'unisono, stavolta tirandoci amichevolmente dei pugni. A furia di ridere sputacchiavo le patatine che avevo in bocca mentre scolavo la gassosa a canna come a dire: 'Alla vostra!'

Selim staccò lo sguardo dal cielo e, con gli occhi lucidi di pianto, ci riprese: 'Shhh, state zitti, oh!'. Rimanemmo in silenzio e gli chiedemmo all'unisono: 'Selim, stai bene?'. In quel momento Selim era diventato per ognuno di noi un padre, un fratello, una coscienza e, soprattutto, la metà esatta del nostro cuore.

'Fate silenzio, cavolo! Oggi mi è morto il padre.'
 


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(1) Schierarsi viene inteso per formare file ordinate dietro l’imam per la preghiera islamica collettiva.

(2) Espressione tipica della cultura di strada turca. Per entrare in luoghi vietati ai minori (come le sale biliardo dell'epoca), i ragazzini usavano il nome di un protettore o di un ragazzo più grande e rispettato del quartiere (abi, fratello maggiore), dicendo al gestore: "Ti saluta il tale abi". Questo fungeva da lasciapassare.

(3) Akyürek cita i protagonisti di due delle più grandi e tragiche storie d'amore della tradizione epica e letteraria mediorientale: Kerem (dalla storia di Kerem ile Aslı): l'amante che brucia letteralmente d'amore, ridotto in cenere dalla passione. Mecnun (dalla celeberrima Layla e Majnun): colui che impazzisce per amore (il nome Mecnun significa appunto "pazzo", "posseduto"), vagando nel deserto.

(4) Dare dell'orso a qualcuno in turco significa accusarlo di essere rozzo, maldestro o famelico. In questo contesto tra ragazzi è un insulto affettuoso, tipico del loro linguaggio cameratesco.

(5) Çörek: brioche, paste o sfoglie, dolci o salate.


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