un riparo dal vento

 


Un breve racconto di una delle sinyorine, di qualche anno fa...


Cielo piatto grigio azzurro e la luce di un tramonto che non ci sarà.

Lei è seduta vicino a un muretto che la divide dalla passeggiata lungo il mare increspato da un vento fresco e umido di fine primavera.

Luı non è cambiato.

Di tanto in tanto i loro occhi si incontrano per un attimo, poi scappano via.
Per questo si è allontanata un pochino e sistemata accanto a quel muretto che la ripara anche dal freddo. Lo sente chiacchierare con gli altri, ma non si volta, anzi punta gli occhi davanti a sé e continua a vedere solo la sua voce. Non pensava potesse ancora riuscire a mettere in disordine i suoi pensieri.

La voce si avvicina e ora è alle sue spalle.

Probabilmente si è appoggiato al muretto, perché con la coda dell’occhio intravede la stoffa della camicia a righine sottili bianche e blu, che ora è a pochi centimetri da lei.
Finge un briciolo di buona educazione voltandosi di sfuggita verso il chiacchiericcio e incontrando di nuovo per meno di un attimo i suoi occhi, i capelli e tutto quello che sa di aver amato, ma subito dopo è di nuovo con la fronte rivolta al nulla e il vento le ruba un brivido.

E intanto sente che lui si avvicina ancora.

La sua mano destra ora si appoggia sulla sua spalla destra e scivola giù sull’avambraccio.
E’ una carezza, quasi un abbraccio, un plaid morbido, protezione, è tutto quello che desidera, ma non si volta verso di lui. Invece allunga la sua mano destra cercando la sua mano sinistra e quando la trova, la appoggia sopra quella di lui, senza una parola.
Allora lui sfila la sua di lato, la pone sopra quella di lei e poi prova a cercare l’intreccio delle loro dita, fino a trovarlo.
Lei fa fatica a respirare, a deglutire, a parlare.

-  Stasera fa davvero freddo…

Lei gli risponde non sa più cosa. Nel farlo, si è voltata per più di un secondo, nutrendosi del veleno dei suoi occhi e del suo sorriso e ha capito tutto. Ora vorrebbe solo che il tempo si fermasse.

Invece si avvicina una voce femminile che si siede alle sue spalle, poggiando le sue gambe dietro la schiena di lei, alla destra di lui.
Lei si volta a guardarla: ha una faccia insignificante che non ha mai visto, ma recita indifferenza invitandola ad avvicinarsi ancora per sfruttare il riparo che le offre dal vento.
Oramai sa come finirà, quindi tanto vale fingere ancora:

- Ahhh… ora sì che sto bene: é riuscita a scaldarmi più lei con le gambe che tu con le braccia…

Si può essere più stupide di così?

Fortunatamente è stato solo un sogno.

Lei ero io.
Lui era Engin Akyürek.
Mi sveglio.
Sono le sette e trentatré del ventiquattro maggio duemilaventuno. 🐞


(Grace)




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