R#002 / TESTE PARLANTI / KONUŞAN KAFALAR

Racconto di Engin Akyürek
dalla rivista Kafasina Göre n.2 / Giugno - Luglio 2015

(ad oggi, non figura all'interno dei suoi libri)

“Le persone dicono che per vedere il mondo sia necessario viaggiare. A volte penso che, se ti siedi in silenzio da qualche parte e tieni gli occhi ben aperti, puoi vedere tutto ciò che desideri."
Auggie Wren (Harvey Keitel) dal film Smoke (regia di Wayne Wang, sceneggiatura di Paul Auster).

Le chiacchiere al tavolo, lo scambio tra la saliva e l'acido gastrico, e quel cigolio della sedia di legno sotto il mio sedere — che sembrava infliggere un trauma ai tessuti molli — stavano compiendo una sorta di devastazione nelle percentuali inutilizzate del mio cervello; era la rappresentazione dello stato d'animo creato dal tempo atmosferico. Il fatto che piovesse e che l'aria volesse bagnare l'intera umanità, come se si rotolasse giù per una discesa, somigliava a un bambino piccolo che si dimena per non farsela addosso. Per questo motivo le strade e i viali erano diventati "umani", e sembrava quasi che i ciottoli del marciapiede camminassero sopra le persone. Fortunatamente avevo trovato un tavolo e mi ero seduto. Anzi, mi ero seduto in un modo tale che la mia postura ricordava quella di un grande comandante pronto a dichiarare la propria indipendenza; il mio corpo era così espansionista da non tollerare strutture feudali al proprio interno, e le mie mani e braccia erano minacciose quanto basta per colonizzare altri continenti. All'improvviso, una sedia accostata da un cameriere davanti ai luoghi verso cui dirigevo lo sguardo, avrebbe potuto rendermi un lontano parente di un gomito sudato, stanco di aspettare. Nel frattempo, continuo a non riuscire a incrociare lo sguardo del cameriere.

Mi trovo in un luogo dove ogni spazio è occupato da esseri umani, e quando tutto è "umano", l'uomo desidera essere qualcos'altro. Cosa voglio? Voglio sollevarmi come un gabbiano dal vapore di un bicchiere di tè, guardare tutto dall'alto e andare nei luoghi dei miei sogni. In realtà, voglio proprio essere un gabbiano; vorrei scendere in altre terre con l'eleganza che si addice agli eroi delle fiabe, con occhi che cercano qualcosa, e recitare le mie favole preferite respirando a fondo il profumo dei luoghi in cui atterro. Chiedo troppo? Mi sembra l'atteggiamento più innocente dell'essere umano: desiderare di sedersi a un tavolo a bere il tè. Eppure, non amo lo sfondo nero che cade sulle mie palpebre quando sollevo lo sguardo. Guardando le persone, il tempo e soprattutto quei gabbiani che tanto invidio, vorrei scoprire nuovi continenti sconosciuti a tutti e che il loro nome venisse ricordato insieme ai gabbiani e — con un pizzico di superbia — insieme a me. Vedere, rispetto a ciò che sento e immagino, appare come il più primitivo degli strumenti tecnologici. La sinfonia creata dai tavoli, persone che non si ascoltano tra loro, mani che si accoppiano con i propri telefoni, corpi che amoreggiano con i touch-screen come se avessero ricevuto la notizia più importante del mondo, e menti che distruggono i comportamenti umani più elementari seguendo una teoria che non so spiegare...

L'uomo è così: quando siede a un tavolo, specialmente se non riesce a incrociare lo sguardo del cameriere, vuole dire qualcosa su tutto... soprattutto su ciò che si dice al tavolo accanto. Eppure, io volevo solo sedermi al tavolo che avevo circondato con le mura della mia mente e bere il mio tè. Anche se le conversazioni dei vicini per un po' non hanno trovato riscontro nel mio apparato ricettivo, il mio essere, sconfitto dalla fragilità dell'essere umano, cercava di farsi spazio tra le frasi pronunciate tra i tavoli, come se si fosse staccato dalle piume bianche di un gabbiano per cadere nella realtà. Quando l'uomo traccia i propri confini, vuole guardarsi intorno con audacia; e io ancora non riesco a incontrare lo sguardo del cameriere. Quasi temesse che, se i nostri occhi si fossero incrociati, io avrei potuto fargli scrivere la parola più oscena su quel foglietto delle ordinazioni (conto) — che immagino si scriva così come si legge — continuava a darmi le spalle, costringendomi a salutare la sua schiena. Le persone radunate ai tavoli avevano così tante cose da dirsi che, se ora facessi una pazzia, salissi sul tavolo e sputassi nell'aria con tutto il mio fiato chiedendo a tutti di aprire gli occhi e andare in posti di cui non conoscono nemmeno il nome, chissà per quanti anni rimarrei bloccato negli sguardi e nei giudizi della gente... Come gabbiani in cerca del proprio mare, ognuno potrebbe guardare verso il cielo alla ricerca del gabbiano che gli appartiene.

Mentre pensavo a queste cose, non sapevo che angolazione avessero le lancette dell'orologio; ormai avevo perso le speranze con il cameriere. Il fatto di non riuscire a incrociare i nostri sguardi si era trasformato in una tragedia degna di essere raccontata. Se avessi agitato le mani e le braccia, sarei riuscito a ricavare un tè forte dallo sguardo di quel cameriere che evitava il mio?

...E agitare le mani e le braccia deve aver attirato la sua attenzione, perché mi guarda, come se mi guardasse da anni...

Sventolando il suo pezzetto di carta, dice in modo semplice e netto: "Prego". Lo guardo con aria di rimprovero per essere stato così sintetico, poi lecco con la lingua la saliva accumulata ai lati della bocca. Senza rompere l'aria formale creata dal cameriere, dico: "Un tè".

Senza fare alcun cenno al rapporto che si era creato nel tempo in cui i nostri sguardi non si erano incrociati, il cameriere evita di nuovo i miei occhi, piega il foglietto imitando i gesti delle persone importanti e dice: "Il tè è finito", poi se ne va.

Mentre rifletto se rimandare o meno il sogno di vivere un momento letterario dentro di me, con le lettere rimaste incastrate tra la lingua e le labbra, scrivo su un foglio bianco:
"Bere il tè e invidiare i gabbiani, credo sia molto facile... La cosa più difficile è essere umani..." 🐞


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