I MIEI PINK FLOYD / RACCONTO SINYORINE
Di tanto in tanto pubblicheremo qualche nostro breve racconto, pensieri, riflessioni e anche recensioni... Stavolta una di noi vi racconterà i suoi ricordi legati a una grande band (per usare un eufemismo) che Engin sembra apprezzare molto, visto che utilizza di frequente i suoi brani come sottofondo alle immagini che posta su Instagram...
La prima volta in cui ho sentito pronunciare il nome
Pink Floyd avevo 14 anni e non avevo alcuna idea di chi fossero.
Era l’autunno
del 1975.
Avevo appena iniziato il primo anno di liceo.
Una mia compagna di classe con
cui facevo un tratto di strada in autobus assieme perché abitava in direzione
di casa mia e che avevo cominciato a frequentare fuori dall’orario scolastico, aveva
un 45 giri con sopra un disegno strano, astratto. La canzone si intitolava Wish
You Were Here ed era appunto di quei Pink Floyd…
Lo piazzava sul suo giradischi di continuo e appena finito, riposizionava la
puntina all’inizio.
Era diventata un’ossessione.
Per me era una musica insolita. A casa mia si ascoltava quasi solo musica
italiana e una cosa del genere potevo sentirla solo alla Hit Parade che veniva
trasmessa alla radio di sabato, all'ora di pranzo.
Poi un pomeriggio la mia compagna di banco, che in breve
tempo era diventata quella che allora credevo essere un’amica, mi invitò a una “festa”
a casa sua.
Io impacciata come se avessero chiesto a un ciocco di legno di flettersi.
“Poi oggi pomeriggio balliamo anche i lenti…”
“Cheee???! Io non sono mica capace!”
“Ma è una scemenza! Poi ti insegno io…”
E lo fece.
Quel pomeriggio chiamò uno dei suoi amici di cui non ricordo ne’ nome, ne’
faccia, ne’ niente e gli spiegò la situazione del “caso umano”, Dio solo sa con
quali parole. Io non l’ho mai saputo, per fortuna.
“La fai ballare?”
Lui si avvicinò e ballammo.
Ballammo Wish You Were Here.
Una cosa me la ricordo: la musica mi piaceva, ma sto fatto di ballare mi pareva
un supplizio e la canzone sembrava non finire mai.
Di quei Pink Floyd non ricordo altro, fino a quando
circa sei anni dopo, quando riuscii a comprarmi un impianto stereo coi fiocchi a
colpi di ripetizioni di matematica, inglese e quant’altro, cominciai ad ascoltare
uno per uno tutti i loro album che nel frattempo mio fratello, più piccolo di
me di circa cinque anni, aveva acquistato con le mancette di nonna, zie e via
dicendo…
Intanto io mi ero legata al sound dei Genesis e fu un loro album il primo che acquistai
nella mia vita, ma…
Spesso la sera, cuffia in testa, ascoltavo anche loro, i Pink, e ricordo
nitidamente che c’era un canzone in particolare che mi piaceva cercare con la
puntina fra le tracce del vinile.
Si intitolava Comfortably Numb e più la ascoltavo e
più volevo ascoltarla…
Tantissimi anni dopo ho coronato il sogno di viverla a più di un concerto, prima
eseguita dalla band di Roger Waters, allo Stadio Olimpico, poi durante il live
di un musicista inglese che risponde al nome di Steven Wilson che all’epoca
vantava nella sua band il chitarrista di quella di Waters, ovvero Dave
Kilminster (era lui ad eseguire l'assolo di C. N.), e infine da David Gilmour sul palco allestito nello scenario
straordinario del Circo Massimo a Roma.
Con me, mio fratello (floydiano irriducibile) e un’Amica vera.
Tre serate tra le più belle della mia
vita.
Oggi il mio attore del cuore, Engin Akyürek, continua
a postare sui social proprio i loro brani; spesso High Hopes, ma non solo, e io
ogni volta mi chiedo se tutto questo abbia un significato, un senso che mi
sfugge…
Perché adesso so che il caso non esiste.
Vorrei poterlo chiedere al mio amore, volato in cielo meno di due anni fa, dopo
quasi 40 anni insieme; magari lui lo sa. Oggi Wish You Were Here è solo sua e lo sarà per sempre.
High Hopes, invece…
(Grace, ascoltando Comfortably Numb)


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