R#004 / C'E' PROFUMO DI RICORDI NELL'ARIA / HAVADA ANILARIN KOKUSU VAR
Racconto di Engin Akyürek
pubblicato sulla rivista Kafasina Göre n. 4 / Ottobre - Novembre 2015:
(contenuto in Sessizlik)
Quando il sole estivo cominciava a sprigionare il suo
calore, sulla testa della gente si sarebbe potuto cuocere il pane di Trebisonda (1). I crani sembravano assi da forno
infarinate, le ascelle disegnavano macchie di Dalmata per il sudore e chi provava
a lottare contro la situazione pareva un terrestre appena uscito da una
sauna... E beh... quando il caldo si faceva sentire per davvero e l’estate
iniziava a sballare tutti i parametri, l’essere umano avvertiva il bisogno di
dare una spiegazione a quel calore attingendo ai propri codici primordiali. C'era
chi rendeva grazie, chi diceva "Sia benedetto colui che ha inventato
l'aria condizionata", e chi invece, respirando con gli occhi e convinto
che l'aria tirata su col naso dovesse bastargli per l'eternità, non si degnava
nemmeno di rispondere. Il caldo creava negli uomini stati tali che la mia
bellissima patria, circondata per tre lati dal mare, sembrava seduta in una
piscina gonfiabile: bambini, vecchi, zie, cognate e sorelle si erano messi in
marcia mano nella mano. La mia gente, con i suoi cappelli di paglia, alla
ricerca di un po' d'acqua dove mettere i piedi a mollo, aveva riempito
all'inverosimile aerei, treni e autobus.
Contro il caldo non c’era niente da fare... Cercare di
sconfiggere la natura era una stoltezza tipica dell’essere umano, la prova di
un’impotenza che non sapeva andare oltre l’alzare al massimo il condizionatore.
Tant’è che, nel punto più fresco della casa, mi ero sorpreso a
'impacchettarmi', trasformato ormai in una sottile fetta di yaprak döner (2) senza
grasso. Con le braccia incollate al divano e porte e finestre spalancate,
invitavo con deferenza il vento a entrare in casa, accogliendolo con ogni parte
del corpo.
Con un tempo simile, la cosa migliore da fare era
scappare per qualche giorno in un posto fresco e ventilato. Anche se non
riuscivo a trovare un biglietto per la mia destinazione, vedere l'improvvisa
capacità organizzativa dei miei compatrioti mi commuoveva. Speravo di trovare
almeno un sedile vuoto sopra le ruote. Senza nemmeno prendere sul serio le
offerte di posti nel bagagliaio o accanto all'assistente di bordo, che mi
venivano fatte al telefono, continuavo a chiamare apprezzando la mia stessa
tenacia; finché, indirizzato a una compagnia di cui non avevo mai sentito il
nome, riuscii finalmente a comprare un biglietto lato finestrino.
Con il mio costume, le infradito, lo spazzolino e una
valigia preparata in un baleno, presi la strada per l'autostazione. La
decisione di rimandare il caldo di qualche giorno creava in ogni mia cellula
l'eccitazione infantile che si prova prima di una festa. All'autostazione
andava in scena una piccola replica della migrazione dei popoli. Non si capiva
chi stesse migrando verso dove, né da dove venisse. Le voci che si aggiravano
tra gli autobus penetravano nell'anima come se fossero state strappate
dall'oscurità del Medioevo. Il senso di saccheggio, quel vandalismo che abita
nelle carbonaie della nostra interiorità, non conosceva limiti di tempo né di
spazio.
* *
*
L’autobus accostò lentamente con un lungo sibilio e
aprì la porta con una flemma tale che sembrava quasi fossimo stati noi a farlo
aspettare per due ore! L’attesa è la compagna fedele della tensione, ma in
situazioni del genere io sono sempre rimasto calmo. Cercavo il mio posto, il
numero trentasette, percorrendo il corridoio con passi felpati, quasi avessi
fatto amicizia con l’autobus. Ma sul sedile la cui proprietà sarebbe
appartenuta a me per le successive nove ore, c'era seduto qualcuno. Trasferendo
nel mio tono di voce tutta la gravità suggerita dalla sua età, dissi:
"Scusi, zio, quello sarebbe il mio posto."
Sollevando i lembi dei pantaloni come per saltare un
ruscello, scavalcai il vecchio e mi incollai al mio sedile numero trentasette.
L'amore per il proprio posto è davvero una cosa strana... L'uomo seduto al
trentasei era in quel limbo tra la mezza età avanzata e la vecchiaia vera e
propria. Sul suo volto c'era la maturità mista a quell'asprezza tipica degli
anni. Rughe dal significato profondo, proprie degli uomini di quell'età,
avevano nidificato sul suo viso, come se tutto ciò che aveva vissuto si fosse
raccolto nei suoi occhi.
L’autobus iniziava a riempirsi; i piccoli battibecchi
per i posti cedevano il passo alle richieste d’acqua, e lo sguardo che
l'assistente di bordo rivolgeva a chi chiedeva da bere ancor prima di partire
la diceva lunga sull'ospitalità della compagnia. L’autobus si mise in moto in
modo tutt'altro che gentile e ci immettemmo sulla strada. L'anziano accanto a
me, che cercavo premurosamente di non urtare con i gomiti, fissava un unico
punto nel vuoto. Sentii il desiderio di rivolgergli la parola:
“Buon viaggio”.
Senza girare la testa, continuando a fissare quel
punto, rispose "Buon viaggio", chiudendo lì la conversazione. Portare
rispetto e non disturbare gli altri è un comportamento che le madri insegnano
ai figli. Inoltre, non si parla con gli sconosciuti e non si mangia nulla di
ciò che offrono. Anche se, a dire il vero, il signore non aveva molto da
offrirmi... Ogni volta che lo sguardo di qualcuno si perde in lontananza e
resta fisso su un punto senza battere ciglio, penso che stia parlando con
qualcuno che nessun altro conosce o vede.
"Prego, se vuole passi lei al lato
finestrino."
Nei lunghi viaggi, poggiare la testa al vetro ti
permette di trasformare il tragitto in un'atmosfera fiabesca, come un bambino
che fantastica sotto le coperte. Ero curioso di conoscere gli eroi delle favole
di quell'uomo.
“Grazie, non serve", rispose.
Nonostante il caldo, volevo parlare con lui. Il suo
corpo, che sembrava essersi ormai lasciato il mondo alle spalle, aveva quasi
trasformato il sedile in una pietra funeraria (3) ... L’espressione del suo volto era dura
quanto la steppa che stavamo attraversando. Dato che l’uomo aveva abbattuto
ogni ponte comunicativo tra noi, poggiai per bene la testa contro il
finestrino. Tra la mia massa fisica e la sua si sarebbe potuto costruire un
intero nuovo sedile. Dopo un po’, il calore lì dentro aveva creato una sorta di
confine messicano (4) tra me e lui.
Dopo aver premuto il pulsante di chiamata quindici volte, il nostro assistente di bordo —
più spocchioso del conducente — finalmente arrivò:
"Ooooh! Ma quanto fa caldo qui, capo!"
Toccava con le mani le bocchette dell'aria
condizionata, faceva avanti e indietro dalla cabina del conducente, premeva
tasti, mentre l'uomo continuava a fissare lo stesso punto. L'assistente
sentenziò:
"Capo, il clima del tuo sedile è rotto, perciò
butta aria calda."
Con un nervoso che non riusciva a sfociare in altro se
non in un rassegnato "Capisco", cercavo di tappare le alette del
condizionatore con un sacchetto di plastica. Intanto, restavo quasi ammirato
dalla mia stessa creatività per la quantità di imprecazioni che stavo
inventando mentalmente proprio in quel momento. Il fatto che il vecchio non
commentasse l'accaduto, evitando di trasformare la faccenda in una questione di
Stato, era ormai l'unico aspetto interessante del viaggio. A volte il miglior
compagno di viaggio è quello che non spiccica parola e che, possibilmente,
dorme senza russare...
Accettando la realtà, cercavo di addormentarmi trasformando il silenzio del
vecchio in una ninna nanna. Il fruscio del sacchetto appiccicato al
condizionatore trovava un’armonia con il calore che mi riempiva i polmoni, e
dormivo saporitamente. La testa picchiettava ritmicamente contro il vetro;
anche se i miei occhi intuivano dove si trovassero, le immagini nella mia mente
stavano progettando un luogo più elaborato. Costruivo un parco giochi nella mia
testa. Un viaggio di nove ore, con quel condizionatore difettoso che soffiava
aria calda, sarebbe stato altrimenti insopportabile. Trasformavo il finestrino
dell'autobus su cui poggiavo la testa in uno schermo cinematografico, calandomi
nelle profondità del mio subconscio. Passavo nella corsia opposta, sfrecciando
tra camion e auto come se avessi dovuto raggiungere un posto a grandi passi.
Più acceleravo, più le braccia e le gambe diventavano
pesanti per una stanchezza insolita per la mia età; guardando il mio volto
riflesso nel finestrino di un'auto, capii tutto. Mi ritrovai vecchio.
Rallentavo il passo e continuavo a camminare. La strada si faceva deserta; il
traffico, congestionato quasi a voler sfidare quel vuoto, restava in attesa dei
bambini che vendono fazzoletti. Passando tra i veicoli studiavo il mio viso;
osservavo il mio sguardo, le mie mani, le rughe che mi segnavano il volto. Ricambiavo
i saluti degli sguardi giovani dentro le auto, facendo un cenno con la testa
con la compostezza che si addiceva alla mia età. Più camminavo, più i volti
diventavano familiari; vedevo le persone che amavo. Volevo salutarle, ma i miei
cari, anziché invecchiati, sembravano ancora più giovani. Avanzavo verso una
ragazza che mi fissava in fondo alla strada; sorrideva così splendidamente che
sembrava che quella terra desolata fiorisse all'improvviso. Stavo dotando il mio
sogno di una tecnologia che persino il cinema di Hollywood avrebbe invidiato...
Univo i miei occhi invecchiati al mio cuore giovane e la guardavo dolcemente,
ma sapevo di dover andare. Scambiavo sguardi con quella ragazza che il mio
cuore riconosceva ma che la mia mente non ricordava, raccogliendo nei suoi
occhi frasi che suonavano familiari. "Ci incontreremo di nuovo,"
dicevo, senza ricordare dove ci fossimo già visti. Forse ci eravamo frequentati
a lungo, o avevamo interrotto i nostri incontri con pause oniriche. Continuavo
a camminare con il mio corpo appesantito. Tra le auto, notai qualcuno che si
aggirava agitato proprio come me. Più gli andavo vicino, più lo riconoscevo
dagli occhi. Il corpo del vecchio era ringiovanito; con la stessa camicia e gli
stessi pantaloni addosso, sembrava aver appena superato i vent'anni.
"Come stai?"
Mi sorprese che fosse lui a iniziare la conversazione.
"Vieni, attraversiamo la strada e
sediamoci."
Camminavamo lentamente; lui, gentilmente, mi cedeva il
passo, mostrando rispetto per la mia età. Al bordo della strada, con i vecchi
frammenti del mio subconscio, costruii una panchina su cui sedersi… Non appena ci sedemmo, volli essere io a
rompere il ghiaccio; gli posi una domanda del tutto insolita per me, qualcosa
tipo:
“Se dovessi tornare al mondo un'altra volta, cosa ti
piacerebbe essere?”
Guardando lontano, proprio come chi occupava il sedile
numero trentasei, rispose:
"Vorrei essere di nuovo me stesso, per poter amare
ancora una volta le persone che amo."
Un rumore, infrangendo la realtà del mio sogno,
cominciò a punzecchiarmi e a scuotermi ovunque, trasformando me e il vecchio in
un'immagine invisibile.
“Ehi, capo! Lo mangi un Top Kek (5)?”
“No grazie, fratello."
Proprio mentre stavo cogliendo significati profondi
negli angoli più nascosti del mio sonno (6), tornare alla realtà fatta di carboidrati
e Top Kek era davvero irritante. Mentre l'assistente di bordo distribuiva i
suoi tortini, i miei occhi incrociarono quelli dell’anziano. Mi guardava con un
sorriso fresco e vivace, che si era portato dietro dalla sua giovinezza. Dopo
aver allungato il tè al vecchio, l’assistente mi guardò con quel suo sorrisetto
appena sfornato e disse:
"Tieni, capo, ti do anche l'acqua. Hai parlato da
solo tutto il tempo, avrai la gola secca."
Mentre l'autobus proseguiva la sua corsa, io e
l'anziano mangiavamo i nostri Top Kek sorridendo insieme.
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(1)
Pane
di Trebisonda: è uno dei prodotti da forno più famosi e iconici della Turchia; è
un pane tondo e gigantesco. Una singola pagnotta può pesare da 1 o 2 chili fino
a superare i 5 o 7 chili. Viene cotto rigorosamente in forni
di pietra alimentati a legna. La temperatura alta e costante crea una crosta
spessa, croccante e scura, mentre la mollica rimane soffice, densa e con
piccoli alveoli.
(2) Yaprak döner:
Letteralmente "Döner a foglia", è la versione più pregiata e
artigianale del classico döner kebab che conosciamo. Nel
Yaprak Döner, lo spiedo è composto esclusivamente da fettine di carne intera
(manzo o agnello) tagliate sottilissime, come fossero delle foglie (yaprak,
appunto).
(3) Pietra
funeraria: “Musalla taşı” nel testo originale, letteralmente è la pietra
livellata che si trova nei cortili delle moschee, dove viene appoggiata la bara
durante la preghiera funebre.
(4) Confine
messicano: Si tratta di una metafora che fa riferimento sia al clima torrido
che a una situazione problematica.
(5) Top Kek:
E’
una famosissima marca di merendine confezionate (piccoli muffin/cupcake). È
un'icona degli snack in Turchia dagli anni '90. Esistono in vari gusti: fragola,
cioccolato, arancia, ecc. È quel tipo di merendina economica che ogni studente
turco ha mangiato almeno una volta durante la ricreazione.
(6) Nel testo originale si fa riferimento agli angoli nascosti di un tipico elemento di arredo turco, “sedir”.
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