CIAO (Merhaba)
"Scrivimi, servirà a sentirti meno fragile, quando nella gente troverai solamente indifferenza tu non ti dimenticare mai di me"(Scrivimi - Nino Buonocore)Sarebbe così bello tornare a scriverci lettere...quell'ansia dell'attesa, dove le parole sembrano prendersi il giusto tempo, il loro tempo... spedite come un dono prezioso a chi saprà custodirle come un oggetto unico... C'è un che di affascinante e misterioso nel rumore che fa la carta quando apriamo la busta, possiamo come sentire il profumo di chi ci ha donato le sue parole...ed in qualsiasi momento possiamo aprire quel cassetto dove l'avevamo riposta e appoggiare quelle "parole" sul nostro cuore...Quanto mi piacerebbe scriverti una lettera e quanto amerei avere una tua risposta...Engin, saresti un meraviglioso "amico di penna d'oltremare"...Buona lettura...
Ciao
Quando sono uscito di casa ho guardato la cassetta della posta. Erano sei mesi che l'amica al quale scrivevo lettere da vent'anni non mi rispondeva. Era un'usanza, una tradizione che esisteva da vent'anni. La mia amica di penna era stata testimone degli eventi più importanti della mia vita, conosceva frasi e parole che non riuscivo a raccontare neanche a me stesso. Ci eravamo incontrati per caso vent'anni fa durante una lezione scolastica e avevamo compresso in una pagina bianca i cinquecento chilometri che ci separavano. Il nostro professore di letteratura aveva agitato, come a tombola, il sacchetto che aveva in mano e aveva tirato fuori un nome per trovare un amico di penna per tutti gli studenti. Sembrava a tutti noi una sciocchezza, un esercizio inutile ed estenuante. Per me, inviare lettere era limitarsi a scrivere tanti auguri sul retro di scintillanti cartoline di Babbo Natale a Capodanno.
Tutta la classe, sbuffando, si era messa a scrivere una lettera nell'ultima mezz'ora di lezione a una persona che non conosceva. Cosa potresti scrivere a una persona sconosciuta? Puoi scrivere un "ciao" oppure un "come stai?", e dopo un punto o una virgola, spiegargli un po' di te... Nella mia lettera di due pagine gli ho raccontato di me. Sapevo quanto fosse difficile scrivere qualcosa a qualcuno che non conoscevo. Tutti avevano scritto qualcosa in classe. C'è chi aveva avuto bisogno solo di mezza pagina e chi aveva continuato a parlare a lungo anche della partita tra Beşiktaş e Fenerbahçe. Era importante scrivere rispettando le regole grammaticali. Il contenuto era secondario. Avevamo dovuto usare il righello per segnare alcune linee come se fossimo degli architetti. Mi stavo annoiando molto, dato che quelle regole non mi piacevano affatto. Era come se quella lettera mi avesse tolto la voglia di scrivere. Abbiamo messo le lettere scritte dentro le buste e scritto sopra gli indirizzi che ci aveva dato l'insegnante. Tutta la classe si recò all'ufficio postale a imbucare una per una le lettere come se avesse dovuto votare alle elezioni. Avrei voluto avere allora le tecnologie attuali: mi sarebbe piaciuto farmi un selfie di gruppo all'ufficio postale mentre tutta la classe allegramente leccava e attaccava i francobolli.
La risposta alle lettere scritte era arrivata a casa nostra qualche tempo dopo. Ricordo di aver letto la lettera a casa, giunta piuttosto spiegazzata. Avevo cenato e letto la lettera a letto, nella tranquillità di un fine settimana. Se devo essere sincero, avevo aperto la busta con un certo disprezzo perché era la lettera di una ragazza. Iniziava con un "Ciao". Era riuscita ad entrare nella mia stanza con le sue frasi senza lasciarmi replicare. Non sapevo se era un suo talento o se chiunque, abile con le frasi, poteva creare una tale sensazione. Avevo pensato per giorni alle sue frasi scritte con tale sincerità. Trovavo interessante immaginare, attraverso le sue frasi, qualcuno che non conoscevo. Mi chiedevo come erano i suoi i suoi occhi, la sua voce e quale significato avevano nella sua vita le cose che mi aveva spiegato per iscritto. Senza perdere tempo, avevo comprato dei fogli bianchi in cartoleria e mi ero seduto a scrivere: "Ciao". Avevo scritto con entusiasmo, e gli avevo regalato centinaia di parole senza parlare di me. Era stato bello per me condividere frasi ed esprimere a parole le immagini che avevo visto. Luoghi sconosciuti si erano aperti nella mia anima, si erano aggiunte nuove porte e corridoi che non conoscevo. Più gli scrivevo, meglio cominciavo a conoscere me stesso e ad instaurare con lei una profonda amicizia.
Più scrivevo più mi sentivo umano, più diventavo me stesso. A volte si condivide il pane con qualcuno, a volte un dolore, altre volte il significato nascosto dietro una frase... Non importava chi fossimo, le nostre parole dicevano tutto. Col tempo, le nostre frasi iniziavano a completarsi a vicenda. Avevamo fatto un accordo: non ci saremmo mai inviati le nostre foto. La tecnologia sarebbe progredita, Internet sarebbe diventato una banca di informazioni personali, non ci saremmo trovati lì, non saremmo stati in grado di trovarci anche se avessimo voluto. Entrambi avevamo un indirizzo, un nome, un cognome e, cosa più preziosa, le nostre frasi.
Il liceo era finito, l'università era iniziata, nuove persone e nuove emozioni erano entrate nelle nostre vite. Volersi incontrare in un bar per prendere un tè significava buttare via tutte le nostre frasi. Forse eravamo entrambi finti, ci interpretavamo a vicenda come qualcuno che non eravamo. Avrei potuto scriverle le frasi dell'uomo che volevo essere...
Proprio come le coppie sposate da cinquant'anni finiscono per assomigliarsi con gli anni di trascorsi insieme, così le nostre frasi si assomigliavano. La presenza di qualcuno che sembrava me a cinquecento metri di distanza mi faceva sentire che non ero solo. L'uomo non è un essere solitario, non deve esserlo, l'ho sentito vent'anni fa quando ho letto la prima lettera. Il mio professore di letteratura mi aveva regalato qualcosa di più prezioso di quanto insegnato a scuola. Non ricordo se gli altri della classe avessero scritto la seconda lettera, ma la mia fortuna è stata quel sorteggio dell'insegnante. Quando sono uscito di casa, i miei occhi si sono posati di nuovo sulla cassetta della posta. Perché non aveva scritto? Non volevo farmi questa domanda. Tenevo un diario in cui annotavo le date delle lettere che mi spediva. Mi aspettavo una risposta entro due o tre mesi al massimo. Decisi di scrivergli un'altra lettera dopo le tre che gli avevo già scritto. Se avesse cambiato indirizzo mi avrebbe informato immediatamente. Si era sposata cinque anni fa e aveva divorziato poco dopo. Avevamo continuato a scriverci anche durante il loro matrimonio. Non so se suo marito aveva visto le nostre lettere e se si era ingelosito, ma lei non me lo aveva fatto mai capire. Se il suo ex marito avesse letto le cose che ci scrivevamo, avrebbe visto due brave persone che cercavano di migliorarsi come essere umani.
Forse si era risposata. Forse il suo nuovo marito era geloso e aveva letto le lettere. Ma non volevo nemmeno pensare di essere la causa di un litigio domestico e avevo subito rifiutato un'idea così assurda. Mentre uscivo di casa, i miei occhi si erano posati nuovamente sulla cassetta della posta. Non volevo continuare a pormi le stesse domande. Elaborai un piano con una velocità insolita per me. La mia amica di penna viveva nella città di Izmir e per vent'anni non avevamo ridotto la distanza tra noi. Avevo programmato una breve vacanza che nascondeva il mio vero piano. Avevo un indirizzo, nonché un nome e un cognome che non sapevo se fossero reali. Mi ero sistemato in un hotel a Izmir vicino al mio indirizzo. Mi illudevo addirittura di essere andato in vacanza per reprimere l'eccitazione che avevo dentro. Mi sentivo come un agente segreto alle calcagna di un'organizzazione criminale... Il cappello di paglia in testa e i pantaloncini che indossavo nascondevano l'investigatore che era in me. Avevo provato tutto il giorno cosa avrei potuto fare se l'avessi vista davanti a me. Sembrava che il mio cuore stesse per scoppiarmi in gola e ogni volta che ingoiavo l'irrequietezza che provavo, mi saliva il rimorso. Forse sarebbe stato meglio tornare indietro, forse non sarei dovuto venire proprio qui. Dovevo imparare a vivere con ciò che restava, con le frasi che avevo lasciato nell'oceano della mia memoria. Se il non sapere non portava all'ignoranza, in realtà era bellissimo. Prometteva pura felicità. Non conoscendo il suo volto, non avrei potuto capire quanto fosse cambiata, quanto fossero rugose le sue occhiaie.
Nonostante avessi scritto più volte il suo nome su Internet, non riuscivo a trovare un nome o un'informazione dettagliata, se non il suo lavoro. Non poteva andarsene come se non fosse mai esistita. Quando sono andato all'indirizzo che avevo tra le mani, il mio secondo giorno a Izmir, ho indossato il sorriso che provavo quando scrivevo le lettere, per nascondere la mia eccitazione. Ho bussato alla porta, ho aspettato, ho bussato di nuovo alla porta e ho aspettato, ma quando non si è aperta ho deciso di suonare il campanello del vicino. Una donna anziana aprì la porta. La donna mi disse che la casa a cui stavo bussando era vuota e che, pur non ricordando il nome della persona che ci abitava, questa si era trasferita. Ho suonato gli altri campanelli e ho chiesto uno per uno. Così facendo sono diventato sempre più fiducioso e ho posto domande più dettagliate. Nessuno sapeva dove fosse andata. Come ricordavo dalle lettere, si era trasferita in quella casa due anni prima. Secondo le risposte ricevute dai vicini, doveva vivere da sola. Non si era risposata né aveva figli. Mi sentii più sollevato, meglio, con me stesso. Avevo un sentimento di proprietà proveniente dai miei codici primitivi che nemmeno io riuscivo a decifrare. Non ci fu risposta alla domanda che avevo posto al droghiere, al fruttivendolo, all'agente immobiliare del quartiere. Una settimana dopo ero di nuovo a casa. I miei occhi erano di nuovo puntati sulla cassetta della posta. Proprio quando pensavo di dover mettere fine a questa faccenda, mentre stringevo il portachiavi per aprire la serratura della porta di casa mia, ho visto nella fessura un foglio di carta bianco:
"Ciao...Sono la tua amica di penna...Vengo tutti i giorni da una settimana, ma non sono riuscita a trovarti. Lo so, sono sei mesi che non scrivo una lettera, il mio indirizzo di casa è cambiato. Se sei libero questa domenica incontriamoci in quel bar che ti piace così tanto. Accetta le mie scuse. Spero che tu possa, alle 14:00..." Qualcuno mi stava prendendo in giro o era la mia mente che mi stava facendo uno scherzo? Quel giorno non ero mai uscito di casa nella speranza che tornasse. Avevo osservato la strada dalla finestra, perlustrato la zona di tanto in tanto per vedere se qualcuno mi seguiva. Avevo dormito a malapena tutta la notte. Quella domenica feci a malapena colazione e andai presto al bar dove ci saremmo incontrati. Per fortuna non avevo prolungato le vacanze e il mio subconscio aveva di nuovo fatto un calcolo corretto. Entrando nel "Caffè" appoggiai dietro gli occhiali per scrutare meglio il posto. Forse anche lei era arrivata presto e si era seduta ad un tavolo. Non c'era nulla che attirasse particolarmente la mia attenzione a parte il tipico trambusto domenicale.
"Puoi portarmi del tè?"
Il cameriere non sembrò sentire la mia richiesta e disse:
"Ecco a te fratello" e lasciò il biglietto che aveva in mano sul tavolo.
"La signora mi ha chiesto di darle questo."
Ho girato la testa a destra e a sinistra prima di leggere il biglietto, pensando che mi stesse osservando da qualche angolo.
-Dov'è lei adesso?
-È venuta stamattina presto, ha lasciato il biglietto ed è andata via.
-Come facevi a sapere che ero io?
-Abi, sei un vecchio cliente qui, mi ha detto il tuo nome ed io già lo conoscevo.
Mi sembrava di essere stato vittima di un gioco... Lo stupore sul mio volto era stato sostituito dall'espressione un po' lacrimosa di un bambino che ha appena perso una partita. Presi il foglio in mano e guardai di nuovo a destra e a sinistra: sicuramente mi stava osservando da qualche parte.
<Ciao, ho pensato che fosse meglio non incontrarci. Avevamo una promessa. Rimaniamo con le nostre frasi. Qui sotto hai il mio nuovo indirizzo. La tua amica di penna...>
(Merhaba - da Sessizlik - Un racconto di Engin Akyürek)



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